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STORIE DI CANZONI – Paolo Conte – “Sotto le Stelle del Jazz”

Premessa obbligatoria: non si tratta di una canzone jazz, ma di una canzone “sul jazz”. Il nuovo ritmo d’oltreoceano aveva da subito appassionato il giovanissimo Paolo Conte (classe 1937) e, ancor prima di lui, i suoi genitori, agiati borghesi astigiani (il padre e il nonno erano notai) che potevano permettersi di acquistare, (semiclandestinamente durante il regime fascista) dischi di musica dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti. Fu così che, già nei primi anni ’60 nacque addirittura un “Paul Conte Quartet” con il due fratelli Conte (Giorgio alla batteria, Paolo al vibrafono) e altri due strumentisti. Il gruppo ebbe però vita breve. Ma torniamo alla canzone. In essa vengono tratteggiati, con sapienti ed efficaci pennellate (Paolo Conte è anche un apprezzato pittore) i primordi del jazz in Italia. Il fenomeno jazz è visto dalla parte dei fruitori: giovani, di solito maschi, desiderosi di uscire al più presto dal clima tetro della guerra e dalle rovine del dopoguerra, che si aggrappano al sogno americano di questa nuova musica, da essa lasciandosi trasportare vagheggiando il mito di locali fumosi, donne belle e disinibite, auto di lusso. E’ un’atmosfera simile a quella riscontrabile nei primi film di Pupi Avati. Uno stile musicale nuovo, ma “rivisitato” nelle rassicuranti acque della provincia italiana. E’ una tendenza, una moda, che va al di là della stessa comprensione musicale: “pochi capivano il jazz, troppe cravatte sbagliate” recita l’avvocato di Asti in questo brano immortale. La curiosa frase “ragazzi scimmia del jazz, così eravamo noi”, accosta i giovani neofiti italiani del jazz ai suoi cultori americani degli Anni Venti, di solito di origine afroamericana e dalle agili movenze scimmiesche, che dagli yankee vennero all’epoca bollati, con evidente connotazione razzista, come “monkey man”. Non parliamo poi delle donne! In una delle sequenze più celebri e iconiche, Conte le taglia fuori da ogni possibile compartecipazione. “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo..”. Il celebre verso sottintende un doppio piano di lettura: “non si capisce il motivo” nel senso che non se ne comprende la ragione; ma anche (direi soprattutto) perché il jazz, al contrario della musica leggera, non ha un ritornello, un “motivo” facilmente afferrabile. Il testo scorre su uno swing accattivante e molto evocativo delle atmosfere descritte, ed è naturale lasciarci trasportare, whisky con ghiaccio in mano, a un tavolino non lontano dalla band, sotto un cielo con uno spicchio di luna e le ammalianti stelle di jazz a proteggerci e a cullarci. Forse, coi tempi che corrono chiediamo un po’troppo, ma che costa sognare?

Citto Leotta

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