Beni Confiscati ad Acireale – I Paradossi di una Città Distratta

Ieri ad Acireale, è andata in scena una pagina inquietante della controversa gestione dei beni confiscati alla mafia, una pagina destinata ad avere ripercussioni, anche giudiziarie, per i toni conflittuali che si sono raggiunti e per l’ambiguità con cui si continua ad affrontare questa delicata questione.

Proviamo a capirne le ragioni.

Il Comune di Acireale è stato raggiunto nei primi di ottobre, dalla carovana antimafia organizzata dalla testata giornalistica I Siciliana, dall’Arci e da altre associazioni che si occupano di legalità e territorio, la sosta nella nostra città ha riguardato alcuni dei beni confiscati presenti nel comune, tra cui una porzione della villa di Graci a Pozzillo, e due beni di recente acquisizione nella frazione Pennisi ed in centro storico.

Proprio su questi ultimi beni si è concentrata l’attenzione dei giornalisti che coprivano l’evento, tra cui Luisa Santangelo di Fanpage.it, che ha fatto emergere in maniera chiara ed inequivocabile, come entrambi i beni fossero nella piena disponibilità dello stesso soggetto al quale erano stati confiscati in via definitiva.

E veniamo al primo paradosso, mentre nei confronti di un comune cittadino che per insolvenza bancaria o soggetto a procedura esecutiva, lo Stato si dimostra inflessibile nell’applicare le misure decise dai Tribunali, senza guardare in faccia nessuno e provvedendo alla liberazione forzata degli immobili soggetti ad esecuzione, nel caso delle confische per mafia, qualcosa non torna.

Le confische, di fatto si concretizzano solo con l’emissione di un decreto, senza che nessuno vada nemmeno ad accertare se il bene è libero o ancora occupato e spesso nemmeno gli stessi custodi giudiziari dei beni, sono a conoscenza del reale stato dei luoghi e talvolta della loro posizione geografica.

Si concretizza quindi una sorta d’impunità indiretta che, oltre a favorire economicamente i soggetti a cui i beni sono confiscati, i quali non essendo più proprietari non pagano i tributi locali pur godendo del bene, rischia di avere un effetto ancora più grave nel messaggio lanciato alla società civile, che vede la legge voluta da Pio La Torre, e che probabilmente gli costò la vita, ridotta a pura facciata.

Di questa situazione, sembrano interessarsi solo i giornalisti, e veniamo al secondo paradosso.

Ieri il bene che era stato documentato nel servizio dei primi di ottobre, era in corso di vandalizzazione da parte dello stesso occupante a cui era stato confiscato nel 2018, solo l’intervento di alcuni cittadini attivi, dei giornalisti e delle forze dell’ordine chiamate da loro stessi, ha evitato che il bene fosse demolito in virtù di un presunto ripristino dei luoghi.

Ma perchè la gestione di un bene ottenuto da un Trubunale dello Stato, affidato ad un custode giudiziario retribuito, talvolta a sproposito e con conseguenze penali, assegnato o richiesto da un comune, deve essere difeso dai giornalisti e dagli attivisti a rischio della loro incolumità fisica e personale?

La scuola di Pippo Fava e dei suoi ragazzi “rompipalle” ha lasciato un’eredità nel paese, un’eredità raccolta da decine di ragazze e ragazzi, che per poche decine di euro sono disposti a prendersi insulti e minacce semplicemente per fare il loro lavoro e per informare i cittadini distratti, su quello che accade a pochi metri da noi, e che rappresenta tutta l’ipocrisia di una classe dirigente abituata ad abusare della parola legalità.

Il bene in questione inoltre, sembrerebbe già oggetto di un’ordinanza di demolizione per probabili opere abusive, compiute ben prima della confisca per mafia e questo rappresenta il terzo paradosso.

Sembrerebbe che anche in questo caso, dopo quello di via Mortara, l’acquisizione del Comune di Acireale sarebbe dovuta avvenire ben prima di quella prefettizia, le norme prevedono che in caso di opere abusive, a cui il proprietario non ottempera al ripristino dei luoghi, dopo 90 giorni il comune acquisisca al patrimonio i beni oggetto di abuso.

Eppure, anche in questo caso sembrerebbe che il comune abbia applicato due pesi e due misure, mentre in alcuni casi è stato inflessibile acquisendo e recintando tutte le aree oggetto di abuso, in questo caso pare abbia tollerato che lo stesso proprietario continuasse ad utilizzarle nei modi che credeva, fino al punto da organizzare delle feste sui terreni comunali, oggetto anche di segnalazioni ai Vigli Urbani.

Nella tranquilla cittadina di Acireale i paradossi s’intersecano tra loro resistendo anche alle feree leggi dello Stato e sembrerebbe siano sensibili solo all’inchiostro digitale.

Fabio D’Agata