Il Comune Impresario

C’era un tempo in cui lo Stato volle fare l’imprenditore, erano da poco passati i meravigliosi anni 60 e l’iniezione di denaro dopante  del piano Marshall,  non era ancora  smaltita e ci faceva sentire unici e talvolta patetici.

La politica dell’epoca, in molte parti  corrotta e collusa, aveva tutto l’interesse di macinare il denaro pubblico che lei stessa produceva alimentando un sistema clientelare che generò mostri dalle molte teste, spesso guidati da avventurieri incapaci che avevano come unica carta da giocare nel proprio mazzo, la capacità di fare ciò che il loro padrino gli chiedeva, ovvero generare consenso,  ottenendo un privilegio  spesso definito con sostantivi che oscillavano tra il lessico trigonometrico, la tangente,  e la vulgata popolare, pizzo, commissione, ecc.

Fu una stagione di cui oggi paghiamo il conto, un conto arrivato sulle spalle delle nuove generazioni inconsapevoli, con il peso di un debito pubblico insostenibile che ipoteca quotidianamente il futuro dei più meritori, condizionando tutte le scelte di politica economica e gli investimenti per lo sviluppo.

Quella generazione politica che amava definirsi pentapartito, oggi non esiste più sostituita da mille rivoli movimentisti che hanno sfilacciato la società civile determinando una società “liquida” dai contorni sfumati dal grigio al nero opaco, oggi rimpiazzata da una forza populista che ha sostituito nella parola pentapartito il partito con le stelle,  questa forza politica pentastellata, su cui in molti , tra cui il sottoscritto , avevano risposto le speranze di un cambiamento possibile, oggi governa il nostro Comune.

Nessuna analogia con i fasti e lo stile di un tempo, ma qualche somiglianza con le logiche del passato traspare velatamente, soprattutto nel tentativo di far diventare un ente pubblico

 anch’esso imprenditore o meglio,  impresario.

Si è passati dallo Stato imprenditore al Comune impresario, che nella rincorsa del cambiamento, inventa una nuova forma d’impresa dell’intrattenimento, l’impresario dello spettacolo con i soldi del pubblico, lanciando un piccolo comune di cui controlla la più importante manifestazione artistica, in un manager di eventi dalla dubbia sostenibilità e dalla scarsa qualità artistica.

Il tentativo, mai sopito, di prendere il controllo del Carnevale di Acireale, da parte di un gruppo trasversale alla politica e sempre “contenuto” dai vincoli di responsabilità delle amministrazioni di turno, con il Pentastellato trova spazio fertile, complice l’incapacità manageriale e la scarsa preparazione tecnica che, da sempre, costituisce il minimo comune denominatore delle amministrazioni a 5 stelle.

Spendere 33.000€ di soldi pubblici per vedere Malgioglio in una piazza Duomo, stuprata dalla riapertura al traffico, è il paradigma di un “modus operandi”, che antepone il consenso populista e festaiolo agli interessi culturali legittimi, di una manifestazione che voleva solo crescere e che ha “abboccato” alla novità del momento con la stessa leggerezza con cui il sottoscritto e molti altri hanno abboccato alla campagna elettorale di Alì Sindaco.

Quei 33.000€ pagati da tutti in una città in cui ad ogni minima richiesta di servizi essenziali, si ottiene la risposta che non ci sono soldi, è lo schiaffo in faccia all’intelligenza collettiva di  una città disposta prevalentemente ad obbedire piuttosto che a riflettere e tantomeno a reagire.

Fabio D’Agata