Il premio Nobel per la letteratura 2020…secondo me.

Non è la prima volta che l’Accademia svedese ci stupisce sulla scelta del premio Nobel per la letteratura, assegnandolo ad una poetessa e saggista statunitense, poco conosciuta a livello internazionale: Louise Glück.

Ammetto di non aver letto nulla di lei e, fino allo scorso giovedì alle 13, di non aver mai sentito prima il suo nome, così come ammetto di avere una predilezione per la prosa, più che per la poesia. Tuttavia, non ho potuto non avere un sussulto al cuore, quando ho sentito che si trattava di un’americana di origini ebraiche. Il pensiero è subito corso a lui, a colui che io considero il più grande narratore americano del ‘900 e che quel premio lo avrebbe meritato più di chiunque altro/a: Philip Roth. Non mi sono mai rassegnata a questa grande ingiustizia. Più volte nominato ma mai premiato, i motivi per cui non gli sia stato conferito quel premio restano per me sempre incomprensibili. O forse no?

Ma torniamo alla Glück, così la motivazione dell’Accademia di Stoccolma: “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende l’esistenza individuale universale”. Ma chi è, dunque, la 16esima donna (un po’ pochine, ma tant’è), nonché seconda poetessa (dopo, niente meno che Wisława Szymborska), a vincere il Nobel per la letteratura?

Louise Elisabeth Glück è nata a New York nel 1943 da una famiglia di origini ebraico-ungheresi e insegna letteratura inglese all’università di Yale. Faccio un po’ di ricerche e scopro che è molto conosciuta in patria e ha ricevuto sia il Pulitzer per la poesia nel 1993 (altra analogia con Roth che lo vinse nel 1980 per la narrativa), con la raccolta The Wild Iris (L’Iris selvaggio) oltre che il National Book Award nel 2014, mentre nel 2013 è stata insignita del titolo di poeta laureata (Us Poet laureate). Scopro che all’interno delle sue 12 raccolte poetiche la Glück affronta spesso tematiche legate alle sue vicende personali, da quelle che la riguardano in prima persona (come l’infanzia) e non propriamente felici (come l’anoressia) a quelle con i propri familiari, ma anche tematiche che narrano un intimo rapporto con la natura e con i miti classici. Leggendo qualche suo testo mi accorgo che la sua poesia è contraddistinta da un linguaggio semplice e chiaro, niente rime ma un continuo utilizzo di enjambement per dar ritmo e rendere più incalzanti i suoi versi.

Concludo lasciandovi alla lettura di un suo componimento. Se potete leggetelo in lingua originale, altrimenti va bene anche la traduzione.

Sunset

My great happiness
is the sound your voice makes
calling to me even in despair; my sorrow
that I cannot answer you
in speech you accept as mine.

You have no faith in your own language.
So you invest
authority in signs
you cannot read with any accuracy.

And yet your voice reaches me always.
And I answer constantly,
my anger passing
as winter passes. My tenderness
should be apparent to you
in the breeze of summer evening
and in the words that become
your own response.

Tramonto

La mia grande felicità
è il suono che fa la tua voce
chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore
che non posso risponderti
in parole che accetti come mie.
Non hai fede nella tua stessa lingua.
Così deleghi
autorità a segni
che non puoi leggere con alcuna precisione.
Eppure la tua voce mi raggiunge sempre.
E io rispondo costantemente,
la mia collera passa
come passa l’inverno. La mia tenerezza
dovrebbe esserti chiara
nella brezza della sera d’estate
e nelle parole che diventano
la tua stessa risposta.

(Valeria Musmeci)