Natale, abbiamo raggiunto il punto di non ritorno.

L’altra sera, mentre mi trovavo a percorrere da pedone Corso Umberto, ripensavo alla bellezza della nostra città mai valorizzata adeguatamente, alla vivibilità cittadina, alle difficoltà dei commercianti e della gente che lavora nei negozi, ai nostri legami sociali, al capitale sociale acese.

Non c’era praticamente nessuno. Ho fatto i miei piccoli acquisti, indumenti. Ma i negozi erano vuoti, corso Umberto poco trafficato, le orribili segnaletiche a terra: quelle vecchie, di cui rimane ampia traccia, e quelle nuove. Le “trentane”.

Poco più in là, in Corso Italia, una corsia ciclabile deserta sembrava non attrarre nessuno, tranne un gruppetto di pedoni volenterosi. Dove sono i ciclisti per cui è stata pensata? Potrebbero agevolmente passare da lì alla zona trenta di corso Savoia e di corso Umberto, eppure nessuno si vede all’orizzonte. Ma è stata davvero pensata per oggi? Oppure è figlia di una ipotizzata appetibilità collocata nel futuro?

Tutte le scelte di mobilità – futuristiche (dove collocare New York e Barcellona?) e meno – sono state fatte in maniera autoreferenziale e senza condivisione. Per parole date e per convinzioni personali in cui si crede a tal punto da non farsi nemmeno sfiorare dal dubbio che si possa aver commesso qualche errore di valutazione. E dalle quali non si torna indietro. Supportati da una maggioranza amplissima, in cui i pochi silenzi, e le prese di posizione con maggiore autonomia di giudizio, sembrano urli di cui non ci si prende carico. E’ passato poco più di un anno e mezzo, ed abbiamo già raggiunto il punto del non ritorno! A Natale, puoi.

Viviamo in una città sempre più anomica, dove il senso di comunità e la partecipazione vengono citati spesso a sproposito e senza convinzione. E dove il potenziamento dei processi educativi sembra assente.

Dove spesso ci lamentiamo per una presupposta mancata solidarietà verso chi ha vissuto sulla propria pelle i danni del terremoto dello scorso anno, senza peraltro offrire spunti concreti per permettere di mostrarla: non sarebbe meglio coinvolgerli questi cittadini ritenuti poco sensibili al problema, anziché rimbrottarli ad ogni occasione? Siamo così sicuri che siamo poco sensibili? Che cos’è che potremmo fare che non abbiamo fatto sin qui fatto? Forse è giunto il tempo di ricevere meno critiche e più proposte stimolanti.

Con altrettanto tempismo mettiamo le mani avanti e rimproveriamo preventivamente anche quei genitori che potrebbero utilizzare in modo inappropriato (danneggiandoli) alcuni addobbi natalizi, solo per fare qualche foto in più ai loro giovanotti ma dimenticandosi che si tratta di beni comuni. Quanto dureranno? E’ questa la domanda che rimane sottintesa. Anziché porre l’attenzione sulla gioia che il loro buon uso potrebbe dare a tanti: grandi e piccini.

A volte basterebbe semplicemente sintonizzarsi sul senso civico dei genitori, per lasciarli godere di qualche attimo di serenità insieme ai loro figli ed ottenere il rispetto degli addobbi, evitando così anche comunicazioni incomprensibili e inappropriate. Se è il caso mettiamo qualche sedia vicino questi addobbi, portiamoci Babbo Natale, pubblicizziamo l’evento. Facciamo qualsiasi cosa. Ma proviamo a risparmiarci lezioni comportamentali e ansie anticipatorie. Davvero ne abbiamo bisogno?

Senza alimentare il coinvolgimento responsabile dei cittadini per affrontare problemi complessi, come quello dell’uso appropriato dei beni comuni, come quello della mobilità, del parco commerciale naturale di cui si parla tanto in questi giorni, ecc. di che senso di comunità parliamo?

A tutto ciò fanno da contraltare le desolanti immagini sulla distruzione di un addobbo natalizio in Corso Italia a cura di alcuni giovani, che la dicono lunga sul bisogno di educazione che emerge oggi in città. Vi stiamo rinunciando? Che ruolo abbiamo nei confronti dei concittadini in crescita? Ci dice niente la sbarra dei Cappuccini?

Forse abbiamo bisogno di ripartire anche da piccole cose concrete, perché qui non si capisce nemmeno a che punto siamo arrivati e dove si colloca il nostro obiettivo.

Abbiamo riaperto Piazza Duomo sulla base di richieste esplicite in campagna elettorale, ma invochiamo la via sperimentale quando pensiamo sia opportuno ri-chiuderla.

In soldoni, che tipo di sperimentazione stiamo facendo? C’è un piano di sperimentazione? Possiamo valutarlo insieme? O, ancora una volta, il termine sperimentazione viene utilizzato assai impropriamente: più che ad assumere informazioni su un dato fenomeno, sembra rispondere all’esigenza di tutelarci nei casi in cui che non sappiamo cosa fare, come agire, che soluzione trovare.

Una giustificazione insomma, con un nome altisonante ma priva di contenuti misurabili. Inutile. Così, di conseguenza, finiremo spesso per suscitare malcontento e proteste.

Forse potremmo prendere qualche buon esempio dal sociale cittadino.  Dalle reti primarie, dai legami di vicinato, di pianerottolo, di comunità parrocchiali, agli enti e associazioni varie, ecc. Forse.

Pochi, concreti obiettivi ma tanta partecipazione. Tentativi concreti di esplorare quello che non si conosce senza ricorrere a mirabolanti imprese e parole, costi minimi e legami sociali attivi tutto l’anno, nonostante le divisioni, le differenze di vedute, nonostante tutto! Quel mondo del sociale spesso capace di autocritica e di mettersi in discussione, da poterci persino suscitare sentimenti di emulazione e di rispetto. E per consolidare il quale, vale davvero la pena impegnarsi. Con gesti concreti.

Nello Pomona