RACCONTI SWING – (3) “Emilio”

Una rapida occhiata all’orologio gli conferma che anche stavolta è in anticipo. C’è poco da fare, lui e la puntualità viaggiano in perfetta sintonia come compagni inseparabili, senza che mai un malinteso possa incrinare il loro rapporto.
Emilio ne approfitta per concedersi una meritata pausa in una giornata frenetica e senza respiro, e il muro a secco che lo affianca seguendo i suoi passi, è alto quel tanto che basta per potersi sedere. Se solo potesse avere un qualcosa di fresco, sarebbe il massimo, invece deve accontentarsi del calore rilasciato dalla pietra lavica che spudoratamente gli tocca le chiappe. La veduta del mare dalla Timpa è mozzafiato, stupefacente ad ogni affaccio, segno che l’abitudine non abita qui. E non c’è stagione, orario o fase lunare che possa vantare l’esclusivo merito di così tanta bellezza.
Emilio vede in lontananza tre pescherecci che si allontanano dal porto in fila indiana; sente a tratti il suono balbettante dei diesel mentre solcano una lunga striscia di schiuma bianca che i più battezzano come sporcizia, mentre lui, da gran figlio di salsedine qual è, sa che non è altro che l’effetto del moto ondoso dei giorni scorsi. Di fronte a lui un vecchio cancello arrugginito con su appesa una tabella penzoloni. La scritta sbiadita è appena leggibile: “Aci greenway – prossima apertura”. Ecco la ferrovia dismessa, pensa Emilio, un paradiso terrestre tanto prodigo di buone intenzioni. Peccato che poi, come sempre avviene, queste buone intenzioni svaniscono andando a spegnersi nei cassetti impruvulazzati della burocrazia. Sconfitta dopo sconfitta, continuiamo a vivere sottomessi ad una politica dalle ali tarpate e non sappiamo o vogliamo venirne a capo, spiazzati, disuniti e sovrastati da un sistema cinico perfettamente strutturato e consolidato. Amen. Al di là del cancello gli si presenta uno stato di abbandono tanto evidente quanto desolante; erbacce che spuntano dal selciato, rovetti, bottiglie di plastica, lattine, transenne rimosse e messe di lato. Abbiamo toccato il fondo, pensa. No Emilio, non ti illudere, il fondo è un pozzo senza fine e nel caso specifico ha le sembianze e la voce di un pastore che passa al di là del cancello col gregge a fianco. Fischia forte mentre armeggia con un vecchio laccio che dovrebbe tenergli su i pantaloni, poi guarda Emilio ed esclama: “A voi npocu di ricotta fisca? È ancora ne vasceddi cauda ,cauda”.

Le sei e mezza, a momenti sarà qui, pensa Emilio. Sul display una chiamata senza risposta ed è facile immaginare chi possa essere. Infatti non si sbaglia, è lo studio. Sbuffa e da il via al solito refrain: è mai possibile che ancora non sappiano cavarsela da soli? Può avere anche lui il diritto di staccare un po’ la spina? Richiama e gli risponde uno dei due ragazzi, così gemelli anche nella voce, da non capire chi sia dei due. Si ripromette allora di disporre affinché i ragazzi rispondano al telefono indicando il proprio nome e cognome, come fanno a Londra nello studio del suo amico Brian. In sottofondo sente il procedere incessante di cassa e rullante, segno che hanno iniziato il missaggio. “Emilio mi scusi, volevo solo dirle che ha dimenticato le chiavi di casa sul mixer”. Non è una novità, pensa. La novità è che non potrà più raccontarlo a mamma e subito dopo fingersi offeso dal suo amorevole rimbrotto “hai sempre la testa fra le nuvole”. Anche sul siparietto è calato il sipario, pensa tristemente.
Ringrazia, chiude la chiamata e in lontananza lo vede arrivare, puntualissimo che buon sangue non mente. Lo riconosce dall’inconfondibile modo di camminare, buffo e penzolante mentre procede spedito. Emilio lo accoglie con un gran sorriso e Michele ci si specchia. I due si abbracciano e sentono ben saldo quel filo che li lega.
-Come va Michele? Siediti qui.
-Bene papà. Caldo e sempre di corsa, ma domani mi prendo un paio di giorni.Tu?
-Al solito Miki, tanto lavoro, ma meglio così. Poi in sala ho una nuova, una ragazza che promette bene, bellissima voce e soprattutto, cosa rara, si scrive i pezzi…e che pezzi. Mi ha chiesto di produrle un cd.
-Ma ne ha abbastanza di canzoni?
-Un armadio pieno…
-Ottimo, ma stai attento papà. Tu sei il miglior talent scout e difficilmente ti sbagli, ma..
-Tranquillo Miki, l’ho fatta ascoltare anche a Brian a Londra, gli ho mandato una demo, le è piaciuta e mi ha detto che se avessi dubbi, la produce lui. Era una delle coriste della Fancity band, si chiama…
-Ah ho capito… è Daniela, la conosco. L’ho intervistata per la recensione del cd. È spigliata, carina, ma non sapevo che fosse anche autrice.
-Scrive bene Miki, soprattutto i testi, mai banali e un pizzico ermetici, quel tanto che non guasta. Per le musiche dovrò metterci del mio…e tu del tuo, se vorrai.
-Magari, se avrò tempo e ispirazione. Ma come persona che te ne pare?
-Ancora la conosco poco e prima di decidere se avventurarmi nella produzione, devo conoscerla bene e poi mettere le cose in chiaro. Mi sono rotto di scoprire talenti, farmi il culo per loro e poi vederli andar via. Comunque a pelle mi piace. Esuberante, ha un modo di fare un po’ da maestrina, ma è normale, è carusa…Però ha due grandi qualità: sa ascoltare, e tu lo sai che soprattutto in questo ambiente non è cosa da poco…
-Certo. E la seconda qualità?
-Anche lei è una gran figlia di salsedine!
-Ma va! E da quale sale sale?
-Dal sale di Pozzillo. Il migliore!
Ridono e si vogliono un gran bene; non se lo dicono mai, forse per pudore o per non rovinare l’incantesimo, chissà. Emilio si accende una sigaretta e con un cenno gli indica il vecchio cancello con la tabella penzoloni. Michele lo guarda e fa spallucce, tra il rassegnato e il disgustato. Emilio se lo aspettava e dentro di se maledice la propria generazione e i sensi di colpa che si porta dietro.

-Miki, andiamo a prendere qualcosa così ci sediamo comodi? Ho il culo piatto.
-Certo! A proposito, lo sai che Franco ha aperto una gelateria qui in centro?
-Franco chì?
-Franco Platani, ti ricordi? Aveva il bar a…
-Minchia, come no! Gelati e granite da urlo! Ci andrei volentieri ma sono stanco di camminare.
-Tranquillo papà, c’è la navetta che ci porta in centro.
-Ok, benissimo. Andiamo allora.

Sul minibus elettrico, il conducente rimprovera quattro ragazzini scalmanati che non tengono a bada il loro pallone. “Cca vi pare ca semu o campettu da villa?” urla. Sporchi, sudati e divertiti, i ragazzini si contano i graffi su ginocchia e gomiti, poi sghignazzano mentre fanno le imitazioni delle mamme e delle loro reazioni quando li vedranno rientrare a casa in quelle condizioni. Intanto il pallone non vuol saperne di stare fermo. Il conducente sfiduciato sceglie un santo a caso e poi scuote la testa.

-Papà chiamo un attimo Chiara, deve darmi una risposta.
-Fai Miki, io l’ho sentita ieri e mi ha accennato quella cosa su James Taylor. Chi l’avrebbe mai detto…
-Esatto, la chiamo per questo. L’hanno messa a far parte dello staff che organizza il suo tour in Inghilterra. Sarebbe un’occasione unica per un’intervista. Pensa al boss del giornale, cadrebbe dalla sedia per l’emozione.
-Magari – dicono insieme ridendo.
-Chiara deve riuscirci, se no l’assicuto!
-Avaja Miki, figurati se non ci riesce. Tua sorella si fa in quattro per te.
-Utente irraggiungibile. E quando mai…

Emilio, con un occhio al finestrino e uno sui ragazzini, scansa l’ennesima pallonata. Accanto a lui, Michele visualizza due messaggi:
CHIARA – “Ti chiamo io ora non posso”
ANNA – “Venerdì rientro. Full immersion amore mio!. m.m.t.”
“Full immersion”, l’intimità in codice che lo stuzzica e diverte tanto. Michele sorride dolcemente e si rende conto di quanto sia innamorato. Non lo era mai stato così tanto. E si detesta quando sente che la paura cerca il sopravvento.
continua…

Luigi Pennisi