Storia d’Italia – La giornata di Mentana – 03 novembre 1867

Nel 1866, con la conclusione della III Guerra d’Indipendenza, il Veneto veniva annesso al Regno D’Italia. Garibaldi, da Ginevra, riaccende la “Questione Romana” ed è intenzionato, con il raduno dei soliti volontari e nella speranza di una sollevazione del popolo romano, a rovesciare definitivamente il potere temporale del Papa. Garante dell’indipendenza dello stato pontificio (ridotto al solo Lazio) è Napoleone III che invia un contingente militare a sostegno. Il Governo Italiano diffida i volontari e rimanda Garibaldi a Caprera, rassicurando il governo francese. Garibaldi fugge da Caprera e il 26 ottobre 8000 volontari occupano Monterotondo dove ospite del principe Orsini attende notizie da Roma. Lo stesso 26 ottobre un reparto isolato alla retroguardia, guidato dal maggiore siciliano Raffaele de Benedetto venne agganciato da quattrocento soldati pontifici al Colle San Giovanni: rifiutò di cedere le armi e venne interamente massacrato.  Lo stesso generale avanzò il 29 ottobre sino a villa Spada e al Ponte Nomentano, nella speranza di suscitare, con la sua presenza, una ribellione in Roma. La quale, in effetti, si limitò ad alcuni scontri a fuoco. Il 30 Garibaldi ritornava a Monterotondo. Nel frattempo, giunse conferma che anche truppe regolari italiane avevano attraversato il confine pontificio, con la missione ufficiale di arrestare Garibaldi.

La vigilia del 03 novembre: ricostruzione dello storico Arrigo Petacco , pubblicata nella Storia D’Italia – Curcio Editore.

Giornali, telegrafo e informatori misero al corrente Garibaldi di ciò che stava accadendo, ossia dell’arrivo dei francesi, dell’insediamento di Menabrea, dell’imminente offensiva dei generali Kanzler e De Failly. Seppe che anche Vittorio Emanuele II lo aveva apertamente sconfessato, evidentemente nella speranza di non compromettere le relazione con la Francia e nell’intento di scindere ogni possibile il legame tra la corona ed un’ impresa ormai votata all’insuccesso. Per il generale furono ore amare e di grande delusione. Realisticamente sapeva di non poter far molto contro i pontifici e i francesi se l’insurrezione romana non avesse appoggiato i suoi 5 o 6 mila uomini, e allora ordinò di fare marcia indietro e di attestarsi di nuovo a Monterotondo. I suoi la presero male e furono parecchi quelli che protestarono perché indietreggiando non si sarebbe mai liberata Roma. I più vicini collaboratori di Garibaldi cercarono di convincere i volontari dicendo che si trattava di salvare il salvabile di una spedizione destinata all’insuccesso, ma almeno 2000 volontari preferirono abbandonare il campo per evitare guai con la giustizia italiana e per non correre rischi inutili nel possibile scontro con i franco – papalini. Se i romani non volevano essere liberati, perché liberarli per forza?

Nella notte tra il 02 e il 3 novembre Garibaldi ordinò al figlio Menotti di muovere subito alla volta di Tivoli, che sembrava il luogo più sicuro giacché la città aveva accolto con acclamazioni i liberatori. La partenza doveva avvenire alle 4.30 del mattino e la marcia doveva seguire il margine sinistro dell’Aniene. L’idea di Garibaldi era di evitare l’incontro col nemico e se la partenza fosse avvenuta all’orario prestabilito il progetto sarebbe andato probabilmente a buon fine. Menotti Garibaldi, però fece delle difficoltà: aspettava per quella mattina dei rifornimenti, specialmente scarpe, e non li volle perdere. Andò tutto storto: i rifornimenti non arrivarono e la marcia su Tivoli cominciò soltanto poco prima di mezzogiorno. Francesi e papalini erano partiti da Porta Pia prima dell’alba, avevano percorso a passo di marciala strada e incontrarono i garibaldini nel primo pomeriggio nell’abitato di Mentana.

Fu uno scontro disperato e sanguinoso: all’improvviso un fitto crepitare di fucileria sorprese l’ala sinistra dei volontari, eppure la prima fase del combattimento parve favorevole ai garibaldini, che sembravano in grado di respingere i pontifici. Verso le 16, però, i francesi sopraggiunsero tentando una manovra di accerchiamento e i garibaldini dovettero abbandonare tutte le posizioni strategiche che erano riusciti a conquistare: mentre i volontari erano costretti a inginocchiarsi, dopo aver sparato il loro colpo di fucile, per ricaricare l’arma, i francesi li colpivano con gli chassepot, armi a retrocarica che sparavano 8 colpi al minuto. I garibaldini ripiegarono sempre più in fretta verso Monterotondo e poi si salvarono con la fuga verso Passo Corese. 150 di loro morirono e un migliaio furono presi prigionieri.

La campagna del Lazio era costata 1100 tra morti e feriti con un migliaio di prigionieri ai garibaldini contro 182 tra morti e feriti tra i franco – pontifici.

Questa volta Garibaldi aveva trovato delle truppe determinate a non cedere supportate da truppe straniere, il popolo romano non si era sollevato ed era mancato l’intervento delle truppe Italiane. La presa di Roma era rimandata al 20 settembre di tre anni dopo.

Nella foto il Campo di battaglia di Monterotondo , foto di A.Alessandrini 1867 , Gabinetto Fotografico Nazionale

(Seby Pittera)