STORIE DI CANZONI – The Beatles – “Eleanor Rigby”

“Revolver”, pubblicato nell’agosto del 1966 quale settimo album dei Beatles, viene considerato uno dei capolavori della musica pop tanto che la rivista specializzata Rolling Stone lo pone al terzo posto nella lista dei cinquecento migliori album. Tra i brani presenti fa bella mostra di sé “Eleanor Rigby”, pietra miliare e canzone di svolta per la musica dei Beatles, che da quel momento assumerà nuove connotazioni allontanandosi dall’essere considerata esclusivamente una musica per teenagers e ragazzine urlanti. Questa canzone, così come lo stesso album “Revolver” e i lavori di altri artisti quali “Blonde on Blonde” e “Highway 61 Revisited” di Bob Dylan, contribuì in modo determinante a far maturare il rock, rendendolo adulto e trasformandolo da mero prodotto di consumo a forma di espressione artistica in grado di potersi porre con autorevolezza allo stesso livello del jazz e della musica classica.
“Eleanor Rigby” è uno di quei brani musicali per i quali il testo è più importante della musica, senza con questo voler minimamente sminuire il preziosissimo lavoro svolto da George Martin (“il quinto Beatle”) che nel triplo ruolo di compositore, arrangiatore e produttore, scrisse per questa canzone una meravigliosa e brillante partitura per quartetto d’archi, perfettamente in sintonia con il tema della canzone: la solitudine.
“Eleanor Rigby” rappresenta un esperimento nell’ambito della discografia beatlesiana che, alla luce dei fatti, si rivelerà riuscitissimo: la voce di Paul McCartney è accompagnata da un ottetto di strumenti, una vera e propria orchestra di archi, violini e viole. Paul, che grazie alla passione della sua fidanzata per la musica di Vivaldi si era avvicinato alla musica classica, trova entusiasmante quanto composto da George Martin e integra perfettamente la sua voce alla partitura. Così ai restanti beatle, Lennon, Harrison e Starr, non resta altro che farsi quasi da parte, intervenendo alla registrazione del brano marginalmente con alcuni cori.
Ma chi è Eleanor Rigby, la donna cantata da McCartney? Originariamente si pensò che si trattasse di Eleanor Bron, un’attrice comparsa nel film “Help” del 1965 tratto dalla celebre canzone dei Fab Four. Successivamente una certa Annie Mawson, presidente di un’associazione a tutela di minori disagiati, mise all’asta un vecchio documento del 1911, una fattura intestata a Eleanor Rigby cuoca dell’Ospedale di Parkhill, Liverpool. La Mawson, per attestare la veridicità di quel documento, affermava di aver ricevuto la fattura da Paul McCartney in risposta a una lettera inviatagli nel ‘90 nella quale si soffermava sui benefici della musica sui bambini. Ma a fugare ogni dubbio e ad impedire ogni ulteriore invenzione, ci pensò lo stesso sir Paul, sostenendo di non aver mai inviato tale lettera e che la Rigby della canzone rimane un personaggio completamente inventato da lui.
Eleanor Rigby è una donna che aspetta ancora qualcosa dalla vita, mentre raccoglie il riso lanciato agli sposi dall’uscio di una chiesa e si affaccia alla finestra sperando che qualcuno la porti lontano. Speranza vana, visto che viene sepolta in quella stessa chiesa che era stata sua fedele compagna nel corso degli anni.
Eleanor Rigby che quando riceve visite o deve uscire, “indossa la faccia che tiene in un vaso vicino alla porta”, una perfetta fotografia del malessere interiore.
Eleanor Rigby che muore sola e dimenticata, per non aver voluto o potuto chiedere aiuto, schiacciata dal contegno e dalla dignità anteposti a tutto, anche nelle situazioni più difficili, quando l’incapacità della vittima a chiedere aiuto ai propri simili, si manifesta in tutta la sua drammaticità e impotenza. E poi c’è padre McKenzie, parroco della chiesa di Eleanor, che “scrive un sermone che nessuno ascolterà”, una critica feroce nei confronti del clero incapace di comunicare con efficacia ai fedeli il messaggio di Cristo, un presupposto da cui si ritiene sia partito John Lennon quando dichiarò in quello stesso anno e completamente frainteso dall’opinione pubblica mondiale “c’è qualcosa che non và nella Chiesa moderna, se i Beatles sono diventati più famosi di Gesù Cristo”.
“Eleanor Rigby died in the church And was buried along with her name/ Nobody came.
Father McKenzie wiping the dirt From his hands as he walks from the grave/ No one was saved.”
“Eleanor Rigby morì nella chiesa e fu sepolta insieme al suo nome/Non venne nessuno.
Padre McKenzie si pulisce la mani dalla terra mentre si allontana dalla tomba/Nessuno fu salvato.”
L’ultimo verso “nessuno fu salvato”, di inaudita potenza, esprime una condanna senza sconti per una comunità che ha totalmente perso di vista i valori della vita quali la carità, la bontà e la comprensione reciproca.
In chiusura, faccio mia e condivido con voi una considerazione di Ian McDonald, scrittore e critico musicale inglese:
“I Beatles erano ritenuti superficiali ed isolati dal contesto reale, come immersi in un mondo tutto loro nelle canzoni che realizzavano, ma quando decidevano di affrontare tematiche sociali, sapevano farlo con una lucidità tale da risultare più efficaci e diretti di qualsiasi altro concorrente musicale del tempo nella severità che riuscivano ad esprimere”.

Immagine: George Martin e Paul McCartney

Luigi Pennisi