CIAO PAOLO, EMANUELA, AGOSTINO, VINCENZO, WALTER E CLAUDIO.

“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”. (PALERMO 19 LUGLIO 1992/ 19 LUGLIO 2019).

Una domenica pomeriggio torrida, una come tante, era un pomeriggio di luglio, caldo da svenire.
Sistemavo l’armadio di camera mia, nel frattempo sentivo la tv accesa che mia nonna stava guardando in cucina. All’improvviso sento la sigla del telegiornale in edizione straordinaria e subito pensai “è successo qualcosa di grave!”. Mi fiondai in cucina, col cuore in gola, e sentì l’annuncio della strage di via D’Amelio. Immagini raccapricianti, con le sirene che sembrava quasi urlassero di dolore. Ed era veramente dolore quello che si presentava agli occhi di tutti gli Italiani, in quel momento incollati davanti alla tv.

La giornalista, con voce rotta dall’emozione, annunciava i vari collegamenti con Palermo e toccava agli inviati informarci di un vero e proprio bollettino di guerra: corpi straziati e irriconoscibili, grandi e immensi nuvoloni di fumo e fiamme che i vigili del fuoco stavano cercando di domare. Ma il dolore provato da tutti in quel momento, invece, era indomabile, con un ricordo dell’altra strage (quella in cui persero la vita Falcone, la moglie e la scorta)ancora troppo forte.

Inaccettabile come altre vite umane innocenti avessero avuto lo stesso destino, la stessa morte atroce, con un’infinito scorrere di sangue per le vie di Palermo e sulle coscienze di tutti noi. Donne e uomini che avevano lasciato figli, mogli e mariti senza aver più la possibilità di abbracciarli, nè di trascorrere semplicemente il resto della vita insieme a loro. Vite, sogni e progetti distrutti da mani assassine e da menti perverse che sconoscono l’umanità e che vivono come dei vermi schifosi circondati da montagne di merda. Quello è stato davvero un pomeriggio tristissimo e molto lungo.
All’improvviso tutto è passato in secondo piano. Ho pianto. Si, ho pianto. E mi venne in mente un’intervista di Borsellino, qualche tempo prima di morire, e ricordai quella sua pace interiore che mostrava mentre parlava, pur sapendo che anche a lui, di lì a poco, sarebbe toccata la stessa sorte dell’amico fraterno Giovanni. L’amico di grandi battaglie contro un sistema corrotto e contro quella montagna di merda che è la mafia. Era consapevole che poco dopo la morte l’avrebbe strappato ai suoi cari. Ma era sereno, perché sapeva di aver fatto il possibile e l’impossibile, aveva combattuto e in cuor suo sapeva anche che sarebbe stato tradito da chi, invece, avrebbe dovuto proteggerlo.

Quel pomeriggio mi sono chiesta perchè lui, dopo la morte dell’amico Falcone, sapendo che di li a poco sarebbe toccata la stessa sorte, non fosse scappato via da quella terra che lo voleva morto. Ho capito col tempo che il suo fu un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato e verso gli uomini. Perché se l’amore è soprattutto dare, per lui amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di lasciare qualcosa a questa terra. Così, tutto ciò che era possibile dare, lo ha dato. Un significato all’amore, al rispetto, alla legalià, alla giustizia e all’amicizia, tutti quei valori che nessuno dovrebbe insegnarci e che dovrebbero rappresentare la nostra forza morale ed intellettuale. Dovrebbero appartenerci da quando nasciamo, ma in realtà, a volte, ci devono essere uomini come Paolo Borsellino per farci rendere conto che siamo veramente piccoli davanti a tanta umiltà e a tanta grandezza.

Una domenica di luglio tristissima che non dimenticherò mai. Ho provato tanto dolore per la sua morte e per quella di tutti i ragazzi della scorta, provandomi ad immedesimare nella sofferenza dei familiari e sopratutto dei figli. Chissà quante parole non dette, quante domande non fatte e quanti abbracci non dati e io, che in quel momento ero figlia come loro, li sentivo come miei fratelli. Ma non potevo fare nulla, se non aspettare che quella schifosa giornata di metà luglio finisse. Ma non è mai finita, perché da 27 anni il 19 luglio, tutti gli Italiani onesti e perbene che provano totale e assoluto disprezzo per la mafia e immensa riconoscenza per tutti coloro che sono morti per combatterla, vivono questo giorno come un lutto e ogni anno dolore e rabbia si rinnovano.

Ciao Paolo, Agostino, Emanuela, Vincenzo, Walter e Claudio.
19 luglio 1992
19 luglio 2019

Graziella Tomarchio