Oggi vi portiamo all’Altipiano dell’Argimusco.

Frafotografa rubrica di Francesco Pennisi


L’Argimusco è un altopiano che si trova in Sicilia, ad un’altitudine compresa tra i 1165 e i 1230 metri s.l.m. poco a nord dell’Etna, all’incirca al confine tra i monti Nebrodi e i Peloritani, ed è suddiviso tra i comuni di Montalbano Elicona, Tripi (che sorge sul sito dell’antica  Abacaenum ) e Roccella Valdemone.
L’altopiano è parecchio panoramico in quanto si possono ammirare da vicino l’Etna, le isole Eolie, le curiose montagne Rocca Salvatesta e Montagna di Vernà, capo Tindari, capo Calavà e capo Milazzo. Esso è parte della Riserva naturale orientata Bosco di Malabotta. Qui sorgono numerosi roccioni di arenaria quarzosa modellati in forma curiosa e suggestiva. Le pietre dalle particolari forme, antropomorfe e zoomorfe, fondano la loro natura all’erosione eolica sebbene la tradizione popolare le attribuisca ad un antico intervento umano. Sono stati eseguiti anche degli studi di astronomia culturale da parte di Andrea Orlando, dottore di
ricerca in astrofisica nucleare e presidente dell’Istituto di Archeoastronomia Siciliana, in merito alla possibile presenza di allineamenti astronomici delle rocce e quindi di una funzione rituale o persino calendariale del luogo.

Altri studi sui possibili allineamenti sono stati eseguiti da Paul Devins, il quale, ritenendo le rocce modellate dall’uomo ne colloca la realizzazione in epoca tardo-medievale o addirittura successiva per alcune sue parti.
Qualunque sia, però, la reale origine di queste formazioni, è innegabile che il loro aspetto eserciti un fascino tutto particolare quasi mistico. Gli studiosi che le hanno osservate hanno riscontrato in loro diverse somiglianze con oggetti, forme animali ed umane identificandole mediante l’attribuzione di nomi che ne agevolassero l’individuazione. Esplorando il sito, dunque, si potranno ammirare dei massi di forma allungata generalmente associati ai simboli sessuali maschile e femminile, la maestosa aquila che ricorda un rapace con le ali spiegate e la punta del becco rivolta verso l’Etna, una roccia simile ad un volto umano con un foro in corrispondenza dell’occhio (probabilmente usato a scopi astronomici) generalmente identificata come il sacerdote. Questa stessa roccia, osservata dal lato opposto, quello occidentale, ricorda piuttosto la forma di un primate e per questo viene chiamata con il nome di scimmia. Altre rocce richiamano forme animali ma la più suggestiva e scenografica delle rocce dell’Argimusco è, sicuramente, quella dell’Orante, che emerge dalla cosiddetta Rupe dell’Acqua e ricorda una figura femminile in preghiera
alta oltre 25 metri con il volto rivolto a settentrione. Alcune rocce, poi, presentano forme che secondo molti studiosi difficilmente possono essere attribuite alla sola erosione naturale. Ci sono pietre quasi perfettamente sferiche, ed altre che presentano
cavità di forme talmente regolari da farle sembrare, piuttosto, delle vasche ricavate volontariamente dall’essere umano.

Proprio la presenza di rocce con forme apparentemente funzionali e con sembianze che, spesso, evocano significati simbolici
talvolta associati all’alchimia (come la Civetta, l’Alambicco e il Pellicano), ha indotto alcuni studiosi, come lo stesso Paul Devins, a ritenere che il sito fosse impiegato per riti sacri ed esoterici e che ancor oggi tali riti siano rappresentati in determinate
date del calendario. Alcune delle rocce presenti sull’Argimusco, infatti, avrebbero delle forme che richiamano quelle di alcune costellazioni della volta celeste. Ed in base agli studi effettuati, osservando il cielo nel periodo a ridosso del solstizio d’estate, si noterebbe l’esatta coincidenza della posizione e della sequenza delle costellazioni di Cigno, Freccia, Aquila, Serpente, Ofiuco, Vergine, Leone, Corvo, Idra e Cratere con quella delle rocce ad esse corrispondenti, come, appunto, se vi si specchiassero.

Francesco Pennisi