Piccoli momenti di una normalità quasi ritrovata: Mario D’Anna presenta le sue “Storie Pulpitanti”.

Ammettiamolo, ci siamo tutti un po’ emozionati, ieri sera, presso l’incantevole giardino dell’associazione culturale Mirto, quando, dopo quasi 4 mesi in cui avevamo perso la familiarità con un evento pubblico, ci siamo ritrovati tutti insieme. Quei “momenti di trascurabile felicità” per usare le parole di Francesco Piccolo, quali un concerto, uno spettacolo teatrale o la presentazione di un libro, che negli anni avevamo date per scontate, adesso invece abbiamo avuto modo di rimpiangere a causa del lockdown di questi ultimi mesi. Ecco perché la presentazione del libro di Mario D’Anna è stata vista come una piccola e grande rinascita verso una normalità non ancora del tutto ritrovata, ma sicuramente non più così lontana. È stato bello, per molti di noi, rivedersi dopo mesi di incontri solo virtuali, avere anche il coraggio e la paura di riabbracciarsi e trasmettere all’altro/a che ci era mancato/a, ma anche sentire l’emozione di Mario D’Anna che finalmente riusciva a guardarci negli occhi, compiaciuto, e parlarci, questa volta in presenza e non più virtualmente, dei suoi 10 racconti.

Era felice e noi con lui.

Molti dei presenti, inclusa la suddetta, questi racconti li avevano già letti, ma attendevano una dedica alla propria copia. Allo stesso tempo quando una persona che conosci scrive e pubblica qualcosa, si ha anche il piacere di ascoltare le parole di coloro i quali interverranno a presentare il libro insieme all’autore, dando il proprio punto di vista.

Innanzi tutto la musica e la danza del bravissimo maestro Alosha (alias Giuseppe Marino), il quale ha selezionato alcuni passi dei vari racconti e li ha uniti alla musica che ha fatto da sottofondo alla sua danza, poi la dottoressa Puleo che ci ha ricordato come quello di ieri sera sarebbe stato il primo di una serie di eventi culturali, sia letterari che musicali, che avranno luogo in quella sede, durante i mesi estivi. Successivamente, insieme al presidente della casa editrice Carthago (Gaspare Edgardo Liggeri) e la responsabile editoriale (Margherita Guglielmino) abbiamo apprezzato la presenza di due bravi autori acesi di romanzi gialli/noir: Seba Ambra e Rosario Russo. Il primo, che ne ha curato la prefazione- e che, prima ancora di farsi coniscere come autore del bellissimo romanzo noir “L’enigma del secondo cerchio”si è fatto conoscere come ottimo giornalista anche di inchieste scomode- ci ha ricordato quanto sia necessario, per chi si accinge al mondo della scrittura, non solo avere una storia da raccontare, ma anche saperla raccontare, e questo Mario D’Anna lo aveva fatto sin dal primo racconto che aveva sottoposto al giudizio di Ambra. Rosario Russo ha, invece, posto l’accento, delineandone le origini, sul genere letterario scelto da Mario, il genere pulp, appunto. Un genere certamente non da tutti i lettori apprezzato perché cruento, duro che arriva come un pugno allo stomaco.

Ed è realmente così, i romanzi di Mario sono forti, duri, cattivissimi per certi versi, sono fatti di turpiloquio – quel “fucking” tanto amato nei paesi di lingua inglese e molto utilizzato nel cinema nord americano, che noi rendiamo con uno dei tanti sinonimi in cui chiamiamo l’organo genitale maschile- di cinismo, ma anche di momenti di riflessione, dove pare che l’autore ci voglia far pensare, talvolta esagerando, a questioni importanti, quali il degrado sociale o semplicemente dissacrare qualche mito. Le ambientazioni scelte non sono mai definite: la periferia e il degrado sono tutte le periferie degradate del mondo, da Librino a Tor Bella Monaca ad una banlieue di una qualche metropoli francese (Il pollo cinese). Nessun riferimento alla Sicilia o alla sicilianità si denota nella scelta dei nomi dei personaggi (si passa da Luca a Jill ad un’ipotetica famiglia Robinson che fa tanto vecchia America). E Mario D’Anna non risparmia nessuno – dalla famiglia apparentemente serena che si accinge a leggere la favola della buona notte, al Vaticano, al mondo della sanità privata – utilizzando e mescolando tutti quegli elementi molto “pulp”, dal sangue, agli omicidi, alla droga, finanche agli escrementi e le inevitabili conseguenze dell’aerofagia. Tutti i suoi personaggi, anche quelli che inizialmente appaiono al lettore come tipi tranquilli, sono poi pronti a spiazzarlo, man mano che il racconto si dipana, con una pugnalata allo stomaco di cinismo o cattiveria gratuita e inspiegabile.

Tutti i racconti, dicevo, meno che uno, l’ultimo, pronto a spiazzarti per l’esatto contrario degli altri. Dopo che il lettore, infatti, si è abituato al “coup de théâtre”, fatto di omicidi, sangue o cinismo spietato, ecco che viene stavolta spiazzato da un racconto fatto di buoni sentimenti, che racconta un amore forte e potente, in grado di sopravvivere e non spegnersi nonostante l’assenza di qualunque forma di sessualità. Un racconto probabilmente messo proprio alla fine che potrebbe essere letto come una speranza (forse?), una ginestra di leopardiana memoria, che rappresenta la vittoria della vita sulla morte o meglio, nel caso specifico, del bene che vince (forse?) sul male. Chi può dirlo, a me è piaciuto leggerlo così!

Intanto ieri siamo stati molto bene e speriamo di poter assistere, pian pianino e sempre nel rispetto delle regole, ad un ritorno della cultura in tutte le sue manifestazioni: ne avevamo davvero sentito la mancanza!

(Valeria Musmeci)