STORIE DI CANZONI Elton John – “Rocket Man”

Il prossimo aprile ricorreranno i cinquant’anni dalla pubblicazione di “Rocket Man”, uno dei più celebri brani di Elton John, singolo estratto dall’album “Honky Chateau”. E’ il 1972 ed è un brano unico nel suo genere. Il testo, scritto da Bernie Taupin, si rifà a un omonimo racconto dello scrittore di fantascienza Ray Bradbury, autore del famoso “Farheneit 451”. L’idea della trasposizione in musica fu data da un disco simile (e omonimo nel titolo), uscito nel 1970 ad opera dei Pearls Before Swine; fu lo stesso autore Taupin, intervistato anni dopo, a confessarlo candidamente (“l’abbiamo rubata a quei ragazzi, nella musica è sempre così”). C’è da dire che a quel tempo, sull’onda delle missioni spaziali e dello sbarco sulla luna, fu tutto un pullulare di brani inerenti al tema dell’esplorazione spaziale: fu possibile dunque coniare il genere “space-rock”. Vi fu però una star della musica britannica e internazionale che non la prese molto bene, lamentandosi che “Rocketman” si rifacesse troppo sfacciatamente, almeno nella tematica se non proprio nella musica, alla sua (splendida) “Space Oddity”, edita qualche anno prima (1969) e composta sull’onda emozionale suscitata dalla visione di “2001 Odissea nello Spazio”. Sto parlando naturalmente di David Bowie, il Duca Bianco, il cui malumore sfociò nel famoso verso “I’m just a rocketman” inserito surrettiziamente in un’edizione di “Starman”, altra sua, celeberrima, hit “spaziale”. Tuttavia le lamentele di Bowie, a ben vedere, avevano ben poco fondamento. Nella soluzione di questa diatriba musicale, ci viene in soccorso, ben trentasette anni dopo, un film, il bel biopic di Dexter Flechter sulla vita, tutt’altro che facile’ di sir Elton John. In una scena fondamentale del film la rockstar, in preda a un’overdose di droghe, farmaci e alcool si getta nella sua piscina, forse con intento suicida. Mentre, ancora vestito a festa, precipita verso l’abisso e la fine, vede sul fondo un astronauta (“rocketman”) che suona il piano: è lui, il piccolo Reginald Dwight, da bambino.

Il bimbo lo guarda senza dire nulla, mentre lui, il divo che sta precipitando, esclama “I miss the earth so much”, mi manca il terreno sotto i piedi. E’ in questa frase e in questa scena che i miti della fantascienza, della conquista dello spazio, del sogno americano dimostrano di non trovare posto nel cuore della tematica di “Rocketman”. Qui predominano il distacco, per un lavoro obbligato e per certi versi subìto, dalla famiglia e dagli affetti; il senso di solitudine e il desiderio di fermarsi, di ascoltarsi e tornare alla verità. Anche la storia del maggiore Tom, protagonista di “Space Oddity”, non è certo a lieto fine (si perderà nello spazio, analogamente al razzo di Rocketman che precipiterà verso il sole) ma è animata da uno spirito positivista, per certi versi rivoluzionario, o (come una parte della critica sostiene), è solo un “trip” frutto dell’assunzione di droghe.Il viaggio di “Rocketman” è però sottolineato da una vena intimista, intrisa di sgomento e di solitudine, con il protagonista “schiacciato” da eventi molto, ma molto più grandi di lui. Ciò ne fa un brano immortale e per molti versi unico in un genere musicale, quello dello “space rock” d’autore, in quegli indimenticabili anni settanta.

Immagine: Elton John

Citto Leotta