STORIE DI CANZONI Lucio Dalla – “Com’è Profondo Il Mare”

E’ il suo settimo album, il primo in cui il cantante bolognese scrive da solo i testi delle proprie canzoni dopo la rottura con il poeta e paroliere Roberto Roversi. “Com’è profondo il mare”, pubblicato quarantaquattro anni fa, divenne uno degli album simbolo della musica italiana.
Questo “esordio” confermò Lucio Dalla come uno dei maggiori artisti di cui l’Italia musicale potesse godere in quegli anni ed in quelli che seguiranno. Il cantante, infatti, metabolizzando l’esperienza con Roversi, scrisse un album che affondava le radici nelle storie quotidiane, raccontando l’Italia attraverso una sequenza di racconti e immagini, che sono rimasti indelebili nella mente di chiunque ami la musica. Nell’album sono presenti capolavori come “Quale allegria” e “Disperato erotico stomp”.

Non è un caso che “Com’è profondo il mare” dia il nome al long playing, una canzone diventata cult, con un testo ricco e complesso; un “testo a immagini” tale da indurre alle più svariate e personali interpretazioni. Un melodioso ed intrigante fischio, accompagnato dalle chitarre a sei e dodici corde, non troppo bene accordate e suonate da Ron, dà il via alla canzone. Il brano esprime l’attualità dell’epoca (1977) che vedeva l’Italia in ginocchio davanti ad uno spietato terrorismo, proprio pochi mesi prima del rapimento e dell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, culmine di quella devastante scia di sangue.
“Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare, come è profondo il mare, come è profondo il mare” canta Dalla. Scrive Davide Saini su La Balena Bianca: “Strofe intere a ricostruire eventi storici: la quarta rappresenta la rivoluzione russa del 1917, la quinta la seconda guerra mondiale, la sesta i campi di concentramento, la settima lo sgancio della bomba nucleare”.

Il brano fu scritto alle Isole Tremiti, luogo incantevole tanto amato e frequentato da Dalla e il lungo testo di questa canzone, comprende anche una nota autobiografia, quando il cantante cita il padre “Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani”. Il testo della canzone scorre lungo un percorso storico che parla di deboli e di lotta di classe (“È inutile non c’è più lavoro, non c’è più decoro, Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare”, ma anche “fu scaraventato in un palazzo o in un fosso, non ricordo bene, poi una storia di catene, bastonate e chirurgia sperimentale) e un finale che definisce chiaramente ciò di cui stiamo parlando, ovvero di un “dramma collettivo”: “Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti, assistettero curiosi, al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente doveva sembrare cattivo”.

Immagine: Thomas Benjamin Kennington, Ritratto sulla povertà, 1885

Luigi Pennisi