STORIE DI CANZONI U2 – “Where The Streets Have No Name”

L’irlandese Paul David Hewson, in arte Bono Vox e leader degli U2, si trova in Etiopia per testimoniare l’atroce dramma della carestia africana cui il mondo musicale prova a far fronte con l’organizzazione del “Live Aid”, un concerto benefico che vede la partecipazione delle più celebri star mondiali. Durante quel viaggio Bono abbozza un nuovo testo. “ Ho cercato di descrivere i deserti e la siccità, e ricordo di avere scritto quelle parole in una piccola tenda su un sacchetto per il mal d’aria che mi era rimasto in tasca dopo essere sceso dall’aereo. È un testo strano, che al di fuori del contesto in cui mi trovavo non ha molto senso. Però contiene un concetto significativo: nel deserto incontriamo Dio. Nei periodi di miseria scopriamo davvero chi siamo».

“Where The Streets Have No Name” è Il posto dove le strade non hanno un nome e l’ispirazione per il titolo è riconducibile all’Irlanda, paese natio di Bono che spiega: “Mi hanno raccontato che a Belfast, per capire il reddito e la fede religiosa di un cittadino, basta sapere il suo indirizzo. Talvolta è sufficiente il lato della strada, oppure quanto a monte si trovi l’abitazione”. Una realtà che contrasta nettamente col proprio ideale che sogna un mondo privo di ogni genere di distinzione.

La registrazione della canzone fu molto tribolata e avvenne a Dublino nel 1986 con Brian Eno alla produzione. Quest’ultimo racconterà che il tempo speso per la registrazione di “Where The Streets Have No Name” fu pari alla metà di quello utilizzato per le registrazioni dell’intero “The Joshua Tree”, album nel quale il brano venne inserito. La canzone veniva modificata continuamente dalla band in preda ad una incontrollabile crisi di insoddisfazione. La colpa fu attribuita a David Howell Evans, in arte The Edge e chitarrista della band che si impuntò con l’idea di creare “l’inno definitivo da suonare dal vivo”, ritenendo che all’album manchi proprio una canzone d’impatto per i concerti live. The Edge propose diverse demo alla band ottenendo una fredda accoglienza; tuttavia i componenti della band riconobbero una certa originalità nel riff proposto da The Edge e decisero, correzione dopo correzione, di procedere nel tentativo di tirarne fuori una versione definitiva.

Inoltre, come se non bastasse, Bono riteneva che il testo fosse incompleto e mancasse di un finale. Nonostante le rassicurazioni del compagno The Edge che lo riteneva perfetto, ci volle tutta la pazienza e la diplomazia di Brian Eno che rassicurò il frontman sostenendo che un testo senza una conclusione si presta meglio ad essere interpretato in maniera personale dagli ascoltatori. Bono ne prese atto e dichiarò: “Inorridisco di fronte alla banalità di una rima come ‘hide/inside’, ma allo stesso tempo sono anche consapevole che la canzone contenga un messaggio potente. Forse è proprio per questo che funziona: se tenti di comunicare qualcosa nei dettagli diventi pesante, e la gente non ti ascolta. Se invece ti limiti ad abbozzare un’idea senza scendere nei particolari, è più facile che il pensiero venga recepito. È un paradosso che ho imparato ad accettare”.

La leggenda racconta che il produttore Eno, esasperato dai tempi che si allungavano sempre più e approfittando di una momentanea assenza del suo stretto collaboratore Pat McCarty, pensò di resettare tutte le registrazioni del brano fino ad allora eseguite e ripartire da zero. Si dice che diabolicamente pianificò l’accidentale pressione su un tasto che avrebbe cancellato ogni registrazione e che solo il repentino rientro in sala di McCarty mandò in fumo il piano, così che si dovette arrivare alla registrazione definitiva tra mille impedimenti.
La struttura melodica di “Where The Streets Have No Name”, basata su una progressione armonica di cinque accordi, è del tutto particolare, almeno fino al momento in cui inizia a procedere con un classico 4/4. L’introduzione suonata dalla chitarra e dall’organo si sviluppa su un tempo dispari fino a giungere ad un crescendo scandito dal basso e la batteria, mentre l’arpeggio di The Edge procede a doppia velocità. Il risultato che ne viene fuori è che un brano già bellissimo e completo nella sua parte strumentale, diventi un capolavoro grazie alla splendida performance di Bono Vox che regala una interpretazione vocale memorabile permeando l’intera canzone di grande personalità.

Il video ufficiale del brano risulta piuttosto banale e corre sulla falsariga del The Beatles’ rooftop concert”, l’esibizione improvvisata dei Fab Four sul tetto dell’edificio che ospitava gli uffici della Apple Corps, al numero 3 di Savile Row.
Qui di seguito vi proponiamo una versione live presa dal loro tour irlandese del 2001” con un’unica raccomandazione: volume a palla!

Luigi Pennisi