STORIE DI VINILI – Santana – “Abraxas”

Nell’agosto del 1969 un ventiduenne chitarrista messicano, capelli ricci e baffetti da sparviero, entra in scena un po’ spaesato sul grande palco di Woodstock diventando la rivelazione del mitico festival della pace. Con la sua band esegue “Soul Sacrifice” un brano dal sapore latino con un magico groove sostenuto da un sublime intreccio di basso, batteria e congas; il rock per la prima volta si lega alla musica latinoamericana. Nello stesso anno Santana pubblica il suo primo album, ma è con il disco successivo, “Abraxas” pubblicato nel ‘70, che il chitarrista messicano trionferà in tutto il mondo scalando le classifiche.

Carlos Santana che già dai primi anni sessanta si era trasferito con la famiglia in California, sin da piccolo aveva evidenziato notevoli attitudini verso la musica tanto che già a soli cinque anni iniziò a suonare il violino, per poi passare qualche anno dopo alla chitarra, ma sarà proprio la tecnica del violino che gli permetterà di realizzare un modo unico di suonare la chitarra, ricavandone un suono originalissimo e subito identificabile con la sua persona. Le note lunghe, il modo di utilizzare il pedale del volume insieme alla maestria nello stirare le corde, fanno di lui uno dei più grandi chitarristi della storia della musica. Inoltre le sue origini influenzarono la sua creatività musi

cale soprattutto nella sezione ritmica; in tutte le sue band, oltre alla batteria, sono sempre presenti bravissimi percussionisti.
Tornando ad “Abraxas” una menzione speciale va riconosciuta alla straordinaria copertina del vinile, ragion per cui per una volta, vengo meno alla regola ferrea che mi ero dato quando iniziai a occuparmi di questa rubrica, e cioè quella di non pubblicare le copertine relative alle canzoni o ai vinili di cui sto parlando.

L’illustrazione in copertina è la riproduzione di un quadro del pittore tedesco Mati Kalrwein che riesce a raffigurare perfettamente lo spirito della musica di Santana.
Si tratta di una annunciazione al femminile, con un angelo raffigurato da una donna nuda che in sella ad una conga, annuncia la buona novella ad una “maya desnuda” in versione afro con una colomba bianca tra le gambe. Tutto intorno a loro è un trionfo della natura: fiori, frutti e scorci di un paradiso caraibico. Sul retro della copertina e sotto l’elenco dei brani, una citazione di Herman Hesse che rivela il significato del titolo: “We stood before it and began to freeze inside from the exertion. We questioned the painting, berated it, made love to it, prayed to it: We called it mother, called it whore and slut, called it our beloved, called it Abraxas…”.
“Noi stavamo lì davanti e cominciavamo a congelarci dentro per lo sforzo. Mettemmo in discussione il dipinto, lo rimproverammo, ci facemmo l’amore, lo pregammo: lo chiamammo madre, lo chiamammo puttana e sgualdrina, lo chiamammo amore, lo chiamammo Abraxas…”.

Il senso del messaggio è evidente ed è confermato dalle stesse parole di Carlos Santana: “Il mio lavoro è dare alla gente un’estasi spirituale attraverso la musica. Nei miei concerti la gente piange, ride, danza. Se essi raggiungono il culmine della spiritualità, allora avrò compiuto il mio lavoro. Credo di farlo in modo decente e onesto.”

Da un punto di vista prettamente musicale, “Abraxas”, si presenta come un mix di blues, rock and roll, salsa e jazz che hanno definito lo stile musicale del chitarrista messicano. Rispetto l’album precedente si può notare una marcata maturazione, grazie all’innovazione data dalla fusione tra la musica latina e il rock e il sapiente utilizzo della chitarra suonata al limite della saturazione e distorsione. La base percussiva e la presenza costante dell’organo Hammond, completano l’opera. Lo straordinario risultato ottenuto diede l’avvio alla favolosa carriera, tutt’ora in corso, di Santana.
Fra i brani presenti nel vinile ce ne sono tre che meglio di tutti rappresentano il modo di concepire la musica di Carlos Santana: “Samba pa ti”, “Black magic woman” e “Oye como va.” La band che accompagna il chitarrista è formata da Michael Shrievie alla batteria, David Brown al basso, Gregg Rolie all’organo Hammond, Alberto Gianquinto al pianoforte, e da Josè Areas, Mike Carabello, Reyes Rico e Steven Saphore alle percussioni, timbales e congas.

L’album che vendette oltre dieci milioni di copie in tutto il mondo, raggiunse il 1° posto in classifica negli Stati Uniti e la rivista specializzata Rolling Stone lo pone al 205° posto della sua lista dei 500 migliori album.

Immagine: copertina dell’album “Abraxas”

Luigi Pennisi