Il Covid 19, il Protocollo Farfalla e il Legittimo Sospetto delle Vittime di Mafia

In questi giorni un articolo pubblicato sull’Espresso riguardante la possibile scarcerazione di boss mafiosi detenuti al 41 bis, ha generato un caso politico gettando scompiglio tra magistrati, avvocati, giornalisti e società civile.

L’articolo subito rilanciato dalla gran parte della stampa nazionale e dalle tv, ha avuto ampia diffusione, soprattutto a seguito dell’utilizzo in chiave anti Governo fatto dal leader dell’opposizione, a cui è seguita a stretto giro l’attribuzione di fake news da parte del Ministro della Giustizia . In tanti abbiamo commentato la possibilità di una scarcerazione emergenziale dei boss detenuti in regime di alta sicurezza ed in serata, gran parte della stampa nazionale “ritrattava”, asserendo che non c’era alcun rischio di reimmissione in libertà dei boss mafiosi, nonostante le dichiarazioni preoccupate del Presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci che scriveva sulla sua pagina: La decisione di far lasciare il carcere a soggetti di primo piano nel panorama mafioso non può che indignare ogni persona perbene. Dalle Istituzioni, qualunque sia la congiuntura, debbono arrivare segnali chiari ed inequivocabili: la effettività della pena deve essere una certezza anche in omaggio a chi ha perso la vita nella trincea della lotta alla mafia. “, nonché dichiarazioni di importanti magistrati antimafia e di decine di esponenti politici.

In questo moto corale d’indignazione, talvolta indotta ed in parte critica e motivata, non si può che apprezzare la notizia che Salvini legga l’Espresso, ma la sua esternazione che ha poi ricevuto una scadente attribuzione di “Fake news” da parte del Governo non è completamente infondata e non certo per merito di Salvini, ma quanto del contenuto originario da cui scaturiva tutta la vicenda, ovvero la circolare diffusa dal Dipartimento Affari Penitenziari DAP in data 21 marzo.

Tale documento interno dell’amministrazione penitenziaria rivolto ai magistrati di sorveglianza si presta a numerose interpretazioni e soprattutto non specifica se l’oggetto d’indagine del Dap escluda i detenuti al 41 bis. Ad esempio chiede di segnalare allo stesso Dap la presenza di ristretti con età superiore ai 70 anni, ma è possibile che il Dap non conosca l’età anagrafica dei reclusi?

A seguito di tale provvedimento un magistrato di Milano decide di interpretare la circolare senza alcuna limitazione ordinamentale e scarcera il luogotenente di Bernardo Provenzano, nel farlo utilizza le norme ordinarie che prevedono misure alternative per i soggetti incompatibili con la detenzione carceraria ma non esita a scrivere che :

“Anche tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio, indubitamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse“. Quindi dopo aver citato l’epidemia, la Giudice metteva nero su bianco: “Siffatta situazione facoltizza questo magistrato a provvedere con urgenza al differimento dell’esecuzione pena“.

Pertanto crea quella correlazione con il decreto Cura Italia in cui l’esecutivo ha stabilito che per diminuire l’affollamento dei penitenziari i detenuti condannati per reati di minore gravità, e con meno di 18 mesi da scontare, potevano farlo agli arresti domiciliari. Una norma, dunque, che escludeva i mafiosi, ma che a distanza di alcuni anni dalla vicenda simile di Toto Riina, ci riporta a confrontarci con il tentativo onnipresente di attaccare il carcere duro per i mafiosi, tentativo rinforzato anche dal pronunciamento della Corte Europea.

Quindi forse la società civile nel suo complesso e le centinaia di vittime di mafia sparse per il nostro paese non avevano tutti i torti a saltare dalla sedia.

Torniamo alle fonti della notizia, ovvero al DAP.

Il DAP che da sempre costituisce l’anello di congiunzione tra la Magistratura inquirente ed i detenuti è lo stesso dipartimento del Ministero della Giustizia salito agli onori delle cronache nel 2004 per la scoperta del famigerato “Protocollo Farfalla”, lo strumento , sconosciuto alla Magistratura che consentiva al Sisde di Mario Mori di scambiare informazioni con i detenuti al 41 bis, ben prima che questi contenuti fossero noti ai Pm .

Il protocollo datato maggio 2004 fu firmato dall’allora capo del Sisde il Generali Mori con il Dottor Giovanni Tinebra allora dirigente del Dap e che indago sulla strage di via D’amelio in cui persero la vita il Dottor Borsellino e gli uomini della sua scorta e fu proprio Giovanni Tinebra, che a poche ore dalla strage “chiese al numero tre del Sisde Bruno Contrada di collaborare alle indagini”, malgrado per la normativa vigente: nessun rapporto diretto è consentito fra il personale dei servizi di informazione e di sicurezza con la magistratura. Oggi dopo che nelle 1865 pagine con le quali la Corte d’Assise di Caltanissetta presieduta da Antonio Balsamo ha motivato la sentenza del Borsellino quater c’è spazio anche per il ruolo svolto da Tinebra nel contesto del “più grande depistaggio giudiziario della storia d’Italia”.

Ed è sempre il DAP che nel 2010 rinnova un protocollo che consente la comunicazione tra i servizi, questa volta si chiamano AISI, ed i detenuti in regime di alta sorveglianza. Questa volta si chiama semplicemente “Convenzione” il documento noto alla Magistratura ed al resto del mondo solo 4 anni dopo durante un’audizione della commissione antimafia e che sembra sia stato utilizzato per sentire anticipatamente L’avvocato Rosario Cattafi, anello di congiunzione tra gli ambienti massonici siciliani, la mafia barcellonese ed i servizi segreti italiani.

Queste e molte altre vicende sono sufficienti per far comprendere le motivazioni per cui la società civile di un paese ferito e diffidente nei confronti di parti dello Stato, che hanno dimostrato comportamenti opachi e tuttora oggetto di approfondimenti, vigilino su qualunque tentativo, vero o presunto, di intaccare la legislazione antimafia italiana.

Legislazione, che insieme alla coscienza critica antimafia, rimane l’unico baluardo contro la costante e pervasiva infiltrazione delle mafie negli apparati dello Stato.

Fabio D’Agata