Il Settore Informale ai Tempi del Coronavirus

La pandemia da coronavirus che ha sconvolto le vite e le abitudini di milioni di persone, segregandole in casa e cancellando quasi tutte le attività economiche, ha annullato anche il cosiddetto settore informale.

Il settore informale spesso definito economia informale è l’insieme di transazioni di beni e servizi non inclusi nella contabilità nazionale, include quindi tutti i beni e servizi scambiati senza avere come contropartita un salario, tra cui quelli prodotti all’interno del nucleo familiare per autoconsumo ed ampi settori quali quelli del volontariato.

Gli studi sul settore informale sono pochi ed interessano ristrette cerchie di economisti e sociologi, emergendo alle cronache sotto forma di tabelle e studi inerenti l’evasione fiscale ed il vasto settore dell’economia e del lavoro sommerso, un “patrimonio” che in Italia si stima in oltre 76 miliardi all’anno, gran parte di questa “ricchezza” è attiva nella commercializzazione di beni , si stima infatti che circa il 40% del sommerso è concentrato in Italia in un unico settore, quello del commercio. Più precisamente Il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, dove si genera il 21,4% del valore aggiunto totale. 

Per capire di cosa parliamo, è utile rapportarci alle economie dei paesi in via di sviluppo, ad esempio nel continente africano il settore informale genera introiti e garantisce la sussistenza della maggior parte dei suoi abitanti, ovvero a fronte di un prodotto interno lordo, tracciato e fatturato esiste un volume equivalente di economia di sussistenza che, mantiene la maggioranza della popolazione povera.

In Italia ed in particolare al sud, tale settore genera enormi volumi di reddito e contribuisce alla sussistenza di milioni di cittadini, esclusi loro malgrado, dall’economia “legale”.

Il posteggiatore abusivo, l’ambulante il cottimista edile, il piccolo artigiano sono centinaia i settori in cui, uno stato disattento ed indifferente, tollera attività spesso illegali e talvolta pericolose per la salute pubblica e per gli stessi lavoratori, ma al contempo indispensabili a garantire che migliaia di famiglie mettano insieme il pranzo con la cena.

Questa economia sommersa nel fatturato, ma evidente a tutti è il frutto di politiche tanto predatorie quanto assistenzialiste, da parte dello Stato che dall’unità d’Italia ha sbagliato sistematicamente tutte le mosse per risolvere una questione meridionale che è stata utile all’economia industriale post unitaria e del dopoguerra per acquisire manodopera a basso costo e mantenere una quota significante di mercato interno per i beni prodotti.

Oggi, con le necessarie quanto improvvisate, misure di contenimento della pandemia, questo settore indispensabile al sostentamento di una parte importante della popolazione meridionale è stato cancellato.

Il fermo di stamane di un posteggiatore abusivo, munito di autocertificazione con la dicitura:” motivi di lavoro” è l’emblema di un disagio che comincia ad emergere nella società e che può minare alla base l’ordine pubblico delle comunità del sud Italia.

Infatti in un paese in cui lo Stato ha tollerato e spesso incentivato, la crescita di interi comparti economici illegali, la presenza di soggetti economici come le mafie, dotate di smisurata liquidità, possono generare “disordini organizzati” e veicolare il disagio verso forme di protesta funzionale agli interessi delle mafie.

La principale fonte di manovalanza delle mafie è costituita proprio dai soggetti che operano all’interno del cosiddetto settore informale e che da quello traggono sussistenza, un consenso diffuso, soprattutto nei quartieri più poveri, in cui lo stato si è spesso manifestato solo con il lampeggiante delle forze dell’ordine, trascurando forme di riscatto sociale ed investimenti comunitari, che oggi potrebbero fare la differenza.

Mentre commentiamo con sarcasmo il 4° modulo di autocertificazione in un paese che conta mille morti al giorno per pandemia, la superficialità con cui il Governo sta gestendo la sussistenza delle classi più disagiate, rischia di diventare la prossima emergenza nazionale.

Fabio D’Agata