Lo stato di necessità

Non è tanto ma quanto basta per prendere un carrello al supermercato e riempirlo per metà. Non è troppo ma può bastare per pagare la bolletta arretrata, per prendere un paio di scarpe scontatissimi; tanto non è troppo, non ancora sufficiente e mai lo sarà.
Lo stato di necessità, l’alterazione della coscienza, l’uso spietato della filigrana, il potere d’acquisto domina la coscienza e stagna nella palude di comunità disgregate, insipide e multiformi.
Donne è arrivato l’arrotino con il suo carico di buon’umore, è arrivato il guaritore con le sue pozioni magiche, è arrivato Mangiafuoco con lo spettacolo delle marionette. Saltellano i “pupi” ma non raccontano le gesta di Orlando ma solo l’agonia quotidiana di chi “non è tanto, ma basta per un carrello di spesa”.
Ed eccoci nella terra del bisogno, la necessità domina, la cultura muore, la partecipazione balza e si pone oltre il 50% da noi che “amiamo la partecipazione” e la condivisione se c’è da prendere qualcosina.
“Mamma chi era al telefono?” chiesi trentacinque anni fa. Lei rispose come sempre: “cercavano il voto ma, come sai, li ho mandati affanculo”. Papà quando si ritrovò licenziato perché li dove si facevano i mattoni “i forati” dovevano sorgere le ville per i facoltosi, non pensò neanche per un momento a cercare una scorciatoia, un “arrotino” a cui raccontare la tragedia della disoccupazione a cinquant’anni, al contrario cercò e trovò un lavoro; un lavoro umile ma un lavoro vero, di quelli che si fanno con il sudore della fronte e svegliandosi presto la mattina. Un lavoro per poter dire “affanculo”.
In quei silenzi di famiglia ho compreso che la dignità non ha un prezzo e non si piega mai neanche davanti ad un pesante stato di necessità e, così, per la prima volta scrivo, oltre il pensiero, di quei due genitori umili e orgogliosi, quella donna e quell’uomo che ogni giorno, al lavoro, per poter dire con serenità “no, grazie non mi interessa”.
Ma oggi è oggi e tutti corrono con uno smartphone in mano mentre nel frigo langue mezzo limone spremuto e le bollette sono una montagna di pensieri da rimuovere. Otto euro al mese per lo smartphone, venti la settimana per la benzina ed anche ottanta per il tatuaggio; i pensieri della necessità sono dilatati e perdono i confini mentre ancora c’è gente che crede nell’aldilà c’è chi continua a sgomitare per vivere l’inferno in vita ed il denaro e lo stato di necessità sono il pane di Mammona e sono dentro il dominio dei pensieri di tanti.
In questa tristezza quotidiana sfoglio qualche pagina di Malatesta; così come una medicina.
(mAd)