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#culturafancityacireale

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IMG_2979In diversi campi: dall’ architettura al design, passando per la moda, ultimamente, si sta assistendo ad una escalation di progetti che, all’ occhio di un comune mortale non addetto ai lavori, si presentano come delle “solide chimere”.

In particolar modo, in architettura, ogni giorno veniamo bombardati da progetti fluttuanti: ponti aranci galleggianti, zattere di legno spacciate per padiglioni, stravaganti piante di bonsai sospese in aria grazie ad un articolato sistema magnetico che farebbe alterare persino l’intero asse terrestre, non ultime, le continue installazioni sospese in aria di ombrellini e dondole colorate o tubolari di acciaio sparse per tutte le città.
Tutti questi, sono dei semplici esempi superficiali volti a spettacolarizzare gli eventi.
In alcuni casi sono protagonisti di un vero e proprio ” virtuoso” marketing pubblicitario, il più delle volte ce li ritroviamo a far compagnia alle illuminazioni temporanee delle sagre di paese.
Questi interventi, pensati in piccola o grande scala, animano e rallegrano gli spazi in cui trovano collocazione.
IMG_2915Rappresentano oggi le architetture dell’imprevisto ed in quanto tali sono temporanee, scorrevoli, mutevoli, fatte con materiali leggeri che si possono montare e smontare con la stessa rapidità con cui vengono prima pensati e poi creati. Sono dunque le architetture del “panta rei”, rapide nel loro manifestarsi, lente nel loro modo di essere assimilate. Cosa lasciano queste architetture al comune mortale? Che messaggio vogliono trasmettere? Stupore? Curiosità? Intrattenimento? Possono solo essere annoverate, in modo azzardato, come nuove “Folies”, pensate per occupare spazi vuoti, per rigenerarli si, ma spesso solo momentaneamente.
L’ architettura, ormai già da tempo, è piena di realizzazioni effimere e c’è poco di concreto se non il fatto in se di vederle installate. L’ osservatore rimane colpito da ciò che vede, ne può essere entusiasta o meno. Il fatto è che tutto ciò che vede non è pensato per durare, ma solo per colpire la sua sensibilità. E allora? Se da un lato questo tipo di progettualità è frutto di una società in continua evoluzione, spesso in crisi di certezze, dall’ altro bisogna anche chiedersi il perché dell’assenza, spesso, di fatti progettuali più tangibili, materiali e duraturi.
Il progetto in architettura deve generare innanzitutto un luogo-spazio-tempo adeguato. Lo spazio che i nostri sensi solitamente recepiscono e la mente per abitudine elabora non ha esistenza ed in quanto tale va generato.
Quello che siamo soliti vedere e percepire, specie nei luoghi aperti, è spazio occluso, perché occupato dalla concretezza dell’essere esso stesso non svuotato del suo significato.
Il fine o almeno l’ obiettivo di ogni progetto architettonico è quello di esprimere l’esistenza d’un mondo non fittizio, un mondo che, nonostante sia in continuo mutamento, ha bisogno di fatti autentici, più pratici e duraturi nel tempo.

Cristina Patanè

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IMG_2592Nell’ infinito dibattito culturale che oggi caratterizza il mondo dell’ architettura, si cerca di guardare alla forma che essa trasmette.
Differentemente dal linguaggio e stile, qui la forma assume un significato che va oltre la mera logica funzionale del contenitore e del suo contenuto.
La forma è concepita in tal caso come entità imprescindibile dalla storia e l’ architettura ne assume una connotazione sociale, frutto dell’ impegno e delle scelte etiche che compie il suo autore, l’ architetto.
Ma, la storia che oggi quotidianamente viviamo è caratterizzata da elementi stilisticamente e metricamente complessi, i quali veicolano messaggi aventi “apparenti” nuovi significati.
Tali messaggi diventano presto oggetto di topic e si consumano rapidamente perché trasmessi, narcisisticamente, sulle varie piazze dei social network principali, rischiando così di non aprire un adeguato dibattito sui temi trattati.
Non c’è dunque storia perché fatichiamo a recepire, assimilare ed elaborare qualsiasi messaggio.
Oggi pure il mondo dell’architettura vive di trend che, in quanto temporanei, nascono e si affievoliscono rapidamente; l’ architettura veste abiti di moda fatti per passar di moda, una moda destinata a toccare lo zero.
In tutta questa complessità di fenomeni, attori e fattori, che ruolo gioca l’ architetto? Si trova in mezzo ad un deserto vasto di dati, strumenti e infinite conoscenze,ma nonostante ciò la sua figura è messa in crisi e marginata dalla società contemporanea profondamente imprevedibile ed incapace, non per suo volere, di trovar rimedio al perenne dubbio che la identifica.
L’ architetto può ritrovare il suo ruolo critico politico ed etico e metterlo a disposizione di una società che vive costantemente tensioni politiche e finanziarie logoranti.
Il suo compito, la sfida più grande è cercare di comprendere proprio questa società dell’ imprevedibile. Deve trovare nuovi strumenti d’azione, nuovi paradigmi per fondare una nuova, efficace e soprattutto duratura cultura del progetto.
Per mettere in atto questa rivoluzione, l’architetto deve cercare di collocarsi al centro di una rete di persone, informazioni e tecnologie e sfidare le rigide convenzioni di sistema.
Il nuovo architetto sarà libero da preconcetti, sarà trasversale e multidisciplinare.
Se l’ architetto crederà nelle sue enormi potenzialità, frutto anche di collaborazioni in campi e discipline differenti, potrà formulare un nuovo linguaggio, una nuova architettura, magari più semplice, non fresca ma priva di vitalità.

Cristina Patanè

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I PARKLET : NUOVI INTERSTIZI URBANI SOCIAL GREEN

Il Parklet è un estensione del marciapiede che offre più spazio e funzioni alla gente che passeggia. Solitamente si trovano installati sui posti auto, utilizzando alcuni di questi. Normalmente si estendono all’altezza del marciapiede per tutta la larghezza dei posti parcheggio. La prima città ad introdurre i parklet è stata San Francisco. Da allora, l’idea è stata adottata con successo da altre città di tutto il mondo.
Si tratta di una nuova iniziativa diffusa nelle città affollate dal traffico e con pochi spazi a disposizione. I parklets hanno lo scopo di riqualificare una piccola porzione di strada o di parcheggio, con la creazione di un’area pubblica di sosta e ricreazione, possibilmente immersa nel verde, una sorta di mini aree che possono essere adottate e gestite da singoli commercianti dei borghi. Ognuno si rimodella il suo pezzettino di marciapiede da solo, ma in armonia con i canoni standard dell’estetica e nel rispetto dei valori architettonici dei luoghi. Un’altra delle caratteristiche di queste soluzioni è il loro continuo divenire perché tutto quello che viene installato infatti è amovibile, dando ancora di più la sensazione che gli spazi sono in costante mutazione. I fondi per la costruzione dei piccoli Parklet sono raccolti tramite delle donazioni e il budget impiegato è ridotto grazie al coinvolgimento delle associazioni di cittadini e all’impiego di materiale di recupero. L’idea è quella di migliorare la qualità della vita nelle città favorendo occasioni d’incontro tra i cittadini, con piccole istallazioni abbellite da piante e fioriere.
Il monito giunge forte e chiaro : riportare la gente in città, ma vere città, non i borghi fittizi e scimmiottati all’ interno di improbabili parchi commerciali.
IMG_1202Non lamentiamoci se la città è poco green oppure priva di una mobilità sostenibile, quando poi l’ alternativa collaudata e comodista è l’ affezionata passeggiata in auto in pieno centro, magari anche storico. Una città è vivibile e dunque fruibile se prevede aree verdi, spazi e servizi condivisi, zone wi-fi, in cui addirittura lavorare o divertirsi nel rispetto di tutti. Se vogliamo che ciò accada, bisogna pensare alla ri-progettazione degli spazi, in cui architetti, designer e creativi, ma anche cittadini e associazioni possano partecipare attivamente al cambiamento. Le città vanno ripensate in chiave democratica mediante il coinvolgimento di tutti i portatori di interesse, a cominciare dai bambini e dagli anziani e dai diversamente abili. Non nuoce alla salute condurre una ricerca e lettura approfondita delle migliori pratiche condotte in altre città del mondo, dove spesso le soluzioni sono già alla portata e non c’è bisogno di arrovellarsi. Dobbiamo tornare a città a misura d’uomo, dove il verde prende il posto del nero bitume, dove gli alberi diventano arredo urbano di sostanza, dove la tecnologia è alla portata di tutti e non solo delle postazioni casalinghe. Dobbiamo riportare la gente in strada facendo in modo che qui si possa studiare, lavorare, passeggiare, giocare, ascoltare musica. L’unico rumore dev’essere quello della gente felice, serena, immersa nei pensieri di una città rinata e figlia del futuro. E dunque non solo alberi, ma anche bike sharing, car-sharing, intrattenimento, eventi culturali, workshop, socializzazione.
I vantaggi sarebbero per tutti :
per i negozi poiché una città ri-progettata a misura d’uomo migliora la vita di tutti, aumentandone la sensazione di benessere, l’ottimismo e la propensione allo shopping;
per i proprietari di appartamenti perché i borghi urbani diventano più silenziosi e meno invasi da auto e smog, automaticamente valorizzano tutto ciò che vi contengono, a cominciare dagli appartamenti che salgono di valore.
Infine per i cittadini in quanto una città più ordinata, pulita e sicura costituisce un invito naturale a viverla appieno; inoltre la presenza di controlli e la cura dei dettagli favorisce i rapporti sociali che si presentano più aperti e costruttivi con forte riduzione dei vandalismi e micro-criminalità.

Fonte: moderncasa
Cristina Patanè

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“L’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere.”

Questo era ciò che pensava Le Corbusier, grande esponente del movimento moderno dell’ architettura, in merito agli edifici che egli stesso amava definire come delle “macchine per abitare”.
A partire dagli anni trenta infatti, questa importantissima concezione ha rappresentato una base essenziale per molti degli architetti odierni che si sono dedicati al colore come principio “costituente” della propria progettualità, riuscendo ad armonizzare architettura e colori anche in modo decisamente suggestivo.
Il colore e i materiali sono quindi elementi molto importanti, in grado di assicurare originalità e creatività ai progetti, divenendone spesso i fattori più distintivi ed esaltandone le qualità estetiche, figurative e compositive.
L’architettura, quale manifestazione di sentimenti, può essere “arte” in quanto possiede appunto un peculiare “valore artistico”.
IMG_0780In questa visione perciò, anche le sue componenti cromatiche devono essere considerate equivalenti alle ulteriori caratteristiche di un’architettura che rappresenta ancora un sistema simbolico capace di comunicare molteplici significati, perchè essa può condizionare persino gli atteggiamenti delle persone e, pertanto, il colore è un importante mezzo di quella comunicazione visiva a cui si collegano anche le immagini di una realtà percepita in forma “individuale”.
Se il colore è anche “informazione”, esso dipende essenzialmente dalla capacità di leggere l’ambiente intorno a noi attraverso caratteristiche soggettive, poichè rappresenta lo spazio mentale nel quale si realizzano le relazioni tra contenitore e contenuti, in cui perciò confluisce lo schema progettuale dell’architetto e quello sviluppato da ogni fruitore del suo progetto.
L’identità cromatica di qualunque componente architettonica è stata sempre rivelatrice di uno stile, di una corrente e/o di un’epoca. Era dunque naturale per Bruno Taut, grande architetto funzionalista della prima metà del novecento, sostenere: “Con il colore, allorché viene messo in rapporto pieno, diretto e senza nessun tipo di artificio con la luce, una struttura può essere riempita di vita reale. Il colore diviene quindi una componente della luce medesima, in quanto il colore è luce”.
Anche attraverso l’utilizzo di colore/luce, l’architettura ha perciò un rapporto costante e diretto con le persone, in quanto viviamo nelle città e nelle sue abitazioni e, dunque, proprio “dentro” l’architettura e non possiamo sottrarci al legame diretto con la sua forza comunicativa.

Cristina Patanè

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Trattare di spazi urbani contemporanei oggi significa lavorare in una realtà sempre più sfuggente, complessa, instabile perché dinamica e molteplice perché diversa ed irregolare.

I processi economici, politici e sociali attuali hanno determinato profonde trasformazioni nella città contemporanea, sia da un punto di vista formale che da quello sociale, determinando una complessa stratificazione in cui convivono simultaneamente reti, flussi, architetture dell’effimero e luoghi della memoria.
Questo continuo stato di inquietudine investe il campo delle discipline dello spazio e tende a produrre un’architettura poliedrica dinamica ed interattiva.
Il tema dell’ibrido, sebbene esplicitamente utilizzato in una molteplicità di contesti, è spesso associato in ambito progettuale e teorico per identificare in senso negativo ricerche sulla generazione digitale della forma, finalizzate alla creazione di ambienti spesso puramente virtuali e risolti in sofisticate manipolazioni degli involucri esterni.
Ricerche di questo tipo sono ad esempio la Transarchitecture di Marcos Novak, l’Architettura genetica di Karl Chu oppure le Embryologic houses di Greg Lynn e molte altre del panorama contemporaneo.
Il paesaggio ha ormai assunto una centralità nella costituzione morfologica della città contemporanea.
Le aree “vuote”, un tempo spesso concepite come lacune nel tessuto della città compatta, diventano oggi sempre più occasioni fondanti della nuova forma urbana.
Le aree di margine, di interstizio, possono diventare aree strutturanti la nuova città- paesaggio.
Non si parla di città-territorio o città diffusa, ma città-paesaggio, ovvero una città tendenzialmente conformata dal paesaggio e dai suoi elementi caratterizzanti, in cui il progetto del vuoto può diventare prevalente sul progetto del pieno, in cui anzi lo spazio vuoto è potenzialmente il pieno, la materia stessa della costruzione urbana.
Focalizzare l’ attenzione sui confini, sulle frontiere, sui margini, sulle “aree vuote”, oggi costituisce il tema più affascinante e produttivo dell’architettura urbana.
12286094_1233134060045438_916278840_nIn simili “paesaggi ibridi”, la contaminazione di forme e linguaggi non concede spazio a ricerche di purezza; l’identità che possiamo ricercare non è certo nella purezza dei segni e delle forme, ma nella capacità di captare e coniugare le differenze, di instaurare sintonie, progettare ed esaltare le dissonanze.
L’attenzione alla composizione architettonica e urbana dei vuoti, peraltro, non è affatto nuova per la tradizione del Moderno, basta pensare ad esempio al concetto di memoria decostruttivista dell’
In Between, termine ricorrente in architettura ed esprime la condizione di essere fra le cose.
I teorici di questo tema sono Bernard Tschumi e Peter Eisenman; secondo Eisenman il between è una tecnica che serve ad uscire e superare le opposizioni tradizionali, ad esempio struttura e decorazione o forma e funzione.
Vengono quindi abolite le opposizioni ammettendo invece la confusione tra il razionale e l’irrazionale.
Bernard Tschumi pensa che il between sia uno spazio residuale nel mezzo della razionalità, un luogo inaspettato dove possono succedere cose imprevedibili.
Con la caduta delle opposizioni tradizionali e di conseguenza delle certezze su cui si basavano molti pensieri, in architettura si assiste ad un cambiamento di mentalità riguardo allo studio dello spazio: esso non viene più pensato solo da un punto di vista funzionale ma anche dal punto di vista emozionale perché saranno i fruitori stessi ad attribuirgli un senso quando stabiliranno delle relazioni con lo stesso.

Cristina Patanè

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Shrinkage culture, un fenomeno urbano in continua ascesa

L’etichetta di shrinking city per descrivere le città in perdita demografica non è ancora diventata di moda, ma c’è un interesse crescente nello strano sviluppo urbano conseguente a tale fenomeno.
Una città, per essere definita come “Shrinking”, deve perdere una certa quota di popolazione in un certo periodo di tempo.
La categoria di Shrinkage urbano quindi è sempre più utilizzata per definire una possibile modalità di sviluppo urbano che comporta però una contrazione della popolazione. Studi sul depopolamento e sui problemi di pianificazione che ne derivano sono diffusi ovunque: dalla Francia al Regno Unito, coinvolgendo pure Stati Uniti ed in particolar modo la Germania.
Ma come si è diffuso questo fenomeno e quali sono i problemi connessi?
I principali fattori di questo fenomeno sono sicuramente la popolazione ed il concetto di città in continua evoluzione, ma alla base vi sono fattori più complessi e valutabili in un arco temporale molto ampio.
La popolazione è sicuramente un importante indicatore di cambiamento urbano perché è sia una conseguenza che una precondizione dello sviluppo economico urbano, dello shrinkage.
Questo processo è caratterizzato da molti complessi aspetti che hanno identificato tre cause diverse tra loro:
il declino demografico, le migrazioni inter-regionali o internazionali e l’alto tasso di disoccupazione.
FullSizeRenderOltre ciò, è possibile individuare degli indicatori grazie ai quali viene fornita una chiave di lettura al fenomeno dello shrinkage:
prevalenza cioè la diffusione dello shrinkage in un paese,
severità, quanto è forte il fenomeno,
persistenza, cioè quanto a lungo colpisce una città una volta che è iniziato.
Una shrinking city potrebbe essere allo stesso tempo una città declinante o in ascesa,relativamente più ricca o più povera delle altre città, perché la struttura economica di una città deve essere misurata al livello della sua area metropolitana, ed il suo reddito medio dipende dalla localizzazione dentro o fuori i confini municipali dei suoi cittadini più facoltosi.
Vi sono città americane che, nonostante stanno subendo un massiccio declino, hanno la capacità e volontà di reinventare nuovi modi di vita perché <<credono che il trovarsi ai margini dei grandi flussi dell’ economia globale non sia più il problema da risolvere, ma la grande occasione da non sprecare>>.

Cristina Patanè

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2025 FUGA DALLA TERRA : CHE FORMA AVRÀ LA CASA DEL FUTURO?

Il tema dell’ architettura extraterrestre sembra oggi trovarsi al centro di innumerevoli dibattiti.
Beh si perché, visti i fenomeni climatici di proverbiale memoria Nostradamica e dal momento che ingegneri della NASA iniziano a parlare di viaggi su Marte finalizzati all’ insediamento delle prime colonie abitative, viene da chiedersi se tutto questo sarà fattibile oppure si tratta di pura fantascienza.
IMG_0749Diciamo che ,ad oggi, la conquista del Pianeta Rosso è ancora lontana e faticosa, se pensiamo di arrivare lì e trovare resort, strade, luoghi coperti dove poter abitare.
Ma, le sofisticate tecnologie attuali ci permettono di diventare degli ” autostoppisti con la propria guida galattica” sotto il braccio.
Diverse sono le idee e le soluzioni tecnico-scientifiche che ogni giorno vengono messe appunto per costruire forme abitative su Marte: dalle stampanti spaziali in grado di stampare interi edifici in 3D per estrusione allo studio della ricetta per un particolare cemento in grado di sposarsi con una sabbia ricca di zolfo come quella Marziana.
Entrambe le soluzioni rappresentano le più grandi ed ambiziose sfide per gli addetti ai lavori. Ma, questi argomenti non devono sembrar nuovi, perché già negli anni ’60, dopo lo sbarco sulla Luna, si sono accesi molti dibattiti su una possibile vita futura su un non meglio identificato pianeta.
Architetti ed artisti si cimentarono a proporre le proprie visioni futuristiche: basti pensare ai paesaggi fantasy e un po’ new age del disegnatore britannico Roger Dean, oppure alla famosa residenza “Chemosphere” dell’ architetto organico John Lautner, adagiata su un pendio roccioso quasi improponibile per la sua inclinazione vertiginosa.
Ed è sempre in quegli anni che si diffusero le idee di un gruppo molto visionario che influenzò il pensiero di un’ intera generazione di architetti, nonostante i loro progetti non videro mai IMG_0742luce: gli “Archigram”.
Gli Archigram, architetti di provenienza britannica, con le loro idee divennero portavoci delle visioni utopistiche-fantastiche dell’ era degli astronauti e dei progetti della pop art. Nei loro progetti di centri divertimento e caseggiati predominavano le forme gonfiabili che rimandavano all’ idea della tuta da astronauta.
Le loro città sembravano muoversi come giganteschi antropoidi ed avevano le sembianze di pianeti sconosciuti, mettendo così in discussione l’ idea di architettura durevole.
Per concludere, questi citati, sono stati esempi che, in un’ epoca in fase di sviluppo, sembravano essere fortemente utopici, ma hanno gettato, col senno di poi, le basi per gli attuali studi che fra 20 anni o poco più, forse vedranno luce.

Cristina Patanè

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UN’ ARCHITETTURA PER I SENZATETTO: sperimentazioni abitative

Per gli homeless, cioè le persone senza fissa dimora, sembra non esserci una soluzione in grado di limitarne la continua crescita e dispersione nelle nostre città, complice anche la dilagante crisi economica che ci sta investendo.
Chi amministra le città si trova inizialmente a sottovalutare il problema, in quanto ritenuto forse scomodo, ma solo dopo il verificarsi di tristi episodi, inizia a mostrare, con imbarazzante ritardo, un certo interesse e ad ammettere la presenza di un problema critico. Così, finiamo per sentire e vedere ogni giorno situazioni drammatiche: strutture totalmente disabitate che si trasformano in ricoveri di fortuna dotate di materassi,vecchi divani e stracci che diventano coperte.
FullSizeRender 2Un senzatetto è emarginato dalla società, isolato, maltrattato, deriso,spesso,da un pubblico che vive le strade, ma che gode di una condizione sicuramente migliore della loro.
Oggi è semplice ed accomodante, vedere e giudicare male chi vive questa realtà, ci mostriamo prevenuti a riguardo, abbiamo paura, gridiamo allo scandalo se non fosse che i nostri stessi sentimenti sfociano, il più delle volte, in un agghiacciante razzismo nei confronti di chi non sta bene. Eppure, quanti di noi si mettono nei loro panni e si chiedono come poterli aiutare? Chi mostra un reale interesse? Beh si, diciamolo, anche tempestivamente? Stiamo parlando di esseri umani, meno fortunati perché hanno perso tutto: affetti, cure, cibo, speranza ed una casa in cui rifugiarsi e stare protetti.
Ma, alcune volte, quando sembra che tutto stia per crollare, arrivano soluzioni sensibili per cercare di porre fine a tutto questo.
Un esempio di spiccata sensibilità e sperimentazione abitativa giunge da Londra: sfruttando edifici esistenti infatti, è stata proposta una soluzione per dare un ricovero a chi, di giorno e di notte, si trova emarginato in strada, soprattutto in inverno.
IMG_1619Si tratta di cellule abitative che, dal punto di vista strutturale, sono costituite da un rivestimento che può essere modificato a seconda delle esigenze dell’edificio a cui addossare i rifugi e alle disponibilità di recupero del materiale. La manutenzione, essendo questi dei ricoveri temporanei, sarà affidata a enti di beneficenza.
L’integrazione architettonica di queste abitazioni contenute può essere un primo passo per rendere più facile la vita delle persone disagiate che chiedono solo dignità.
Cristina Patanè

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Tangram: il rompicapo che si trasforma in 3D street art

Ormai si sa, quella di accumulare oggetti è diventata un’ abitudine. Peccato però che questa diventi malsana nel momento in cui non si sa riconoscere la concreta utilità di ciò che si è conservato. Allora, per non sembrare un accumulatore seriale, si passa al classico enigma esistenziale, un vero rompicapo per la mente umana: che faccio con tutti questi oggetti vecchi? Come me ne posso liberare?
Poi l’ uomo pensa ed arriva alla soluzione del secolo! Facile, rapida ed indolore.
Ed ecco che ci ritroviamo, per le vie delle nostre città,delle vere e proprie forme d’ arte di inciviltà: porte vecchie, armadi, cassetti e chi più ne ha più ne metta, ancor più esaltati da tocchi di verde (vista la stagione) offerti dalle bucce di anguria.
Questi diventano i simboli principali della cultura del rispetto verso l’ambiente.
Ma, anche una vecchia porta racchiude in se un’anima che aspetta solo di essere colta e manifestata a tutti noi come una vera opera d’ arte.
FullSizeRender 2Perché allora non trasformare questi materiali di scarto per creare murales tridimensionali?
Oggetti di legno riciclato come pannelli, vecchie porte possono essere riusati ed applicati sulle facciate di edifici, realizzando così un mosaico in cui questi stessi elementi fungono da tessere. Il risultato che ne viene fuori è quello di un iperbolico tangram colorato.
Il riuso non convenzionale di materiali di scarto per creare performance artistiche può essere sfruttato per far veicolare un messaggio chiaro: non lasciamo che l’ ambiente che ci circonda muoia ogni giorno, anzi facciamolo vivere attraverso forme intelligenti di riqualificazione ecologica.
Pensiamo alle vecchie aree dismesse: questi sono luoghi ricchi di memoria, ma nei quali avviene costantemente un processo di degrado.
Sono questi invece i punti nevralgici su cui concentrare l’attenzione ed avviare processi di riqualificazione dove la street art ecologica si fonde con il contesto urbano.

Cristina Patanè

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PROGETTARE SMART CITY PRO OVER 60 (SU MISURA ANCHE PER ANZIANI)
Negli ultimi anni il dibattito sulla progettazione per la reinterpretazione delle città in chiave smart, si è fortemente concentrato sull’innovazione tecnologica, la sostenibilità ambientale, la vivibilità, il comfort e la flessibilità. Le previsioni di un aumento del fenomeno di urbanizzazione hanno indirizzato le amministrazioni e i progettisti verso una città più accessibile per rispondere alle esigenze dei suoi abitanti. Ma una smart city, a chi deve essere accessibile esattamente? A tutti, ovviamente. Eppure, in tutti i progetti in corso e in previsione per dare un volto nuovo ai nostri centri urbani, c’è una parte di popolazione che pare completamente esclusa: quella delle persone anziane.
I centri urbani nei quali viviamo ora non sempre sono attenti a questa categoria di persone e lo vediamo da piccoli dettagli, come se questi non ci interessassero. Pensiamo ad esempio al semaforo verde pedonale: la durata media è calcolata rispetto a una camminata di 1,2 metri il secondo mentre un anziano copre dagli 0,7 agli 0,9 metri il secondo. Marciapiedi e pavimentazioni sono spesso dissestati o realizzati con materiali scivolosi se bagnati dalla pioggia, giardini e parchi molte volte hanno un numero insufficiente di panchine, collocate molto distanti tra loro.
Ovunque ci guardiamo intorno troviamo ostacoli e, se pensiamo che la popolazione sta invecchiando sempre di più, il problema è veramente serio e andrebbe affrontato in tempi brevi.
Sappiamo con certezza che gli anziani preferirebbero vivere in città, perché qui hanno a loro disposizione più servizi e centri ricreativi di ogni genere dove passare il tempo. Quindi la domanda è: in che modo possiamo progettare una città “anche” a misura di anziano?
Nel 2006 la World Health Organization ha ideato un progetto, Age-Friendly Cities, con lo scopo di favorire modelli urbani a sostegno delle esigenze di chi ha un’età avanzata. In Gran Bretagna, al momento, sono 258 le città che hanno aderito alla proposta, ognuna con idee differenti.
Ad esempio, la città di Manchester ha promosso la “Take-a-seat initiative”, cioè il posizionamento di sedute all’interno dei negozi e in vari punti della città, permettendo ai clienti più anziani di riposarsi fra un acquisto e l’altro.
IMG_0428Stesso discorso per le fermate degli autobus dove sono previste panche per l’attesa progettate con un’altezza adeguata e sedute sufficientemente larghe, con braccioli che aiutano a sedersi o ad alzarsi e alcuni accessori come il gancio per il guinzaglio del cane o il porta ombrello.
Anche i giardini pubblici sono adattati alle loro esigenze e quindi privi di scale o ostacoli difficili da superare.
Negli altri paesi europei troviamo Lione, in Francia, che ha avviato un servizio di trasporto pubblico, “Cyclopousse”, dedicato solamente alla popolazione anziana. Un bell’esempio di taxi a pedali eco-sostenibile a prezzo calmierato.
In Germania, alcune catene di supermercati sono state riprogettate con corridoi più larghi, pavimenti antisdrucciolo, etichette dei prezzi più grandi e scaffali più bassi.
Infine Eindhoven, in Olanda, ha adattato il modello dei percorsi di fitness nei centri urbani anche per i meno giovani, creando dei punti di sosta dove poter fare piccoli esercizi fisici all’aperto per mantenersi in buona salute.

C.Patanè