Belice, una ferita ancora aperta

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Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 un violento terremoto semino’ morte e distruzione nella Valle del Belice, causando 370 vittime, un migliaio di feriti e 70 mila sfollati. La prima grande catastrofe nazionale del dopoguerra. Una tragedia della natura a cui si aggiungono alcuni dei mali che si ripeteranno puntuali in tanti altri disastri del nostro paese: l’impreparazione dello Stato, i ritardi nei soccorsi, gli errori nella ricostruzione, le popolazioni costrette all’emigrazione o allo squallore eterno delle baracche. A distanza di 47 anni da quel sisma, quella ferita non si e’ ancora completamente rimarginata. Anche perche’ i 12 mila miliardi di vecchie lire (circa 6 miliardi di euro) stanziati dallo Stato per la ricostruzione non sono bastati a cancellare gli sfregi al territorio causati dalla natura ma anche dall’incuria dell’uomo. Dopo il terremoto iniziano le vere difficoltà, l’emergenza di uscire dalle tende e avviare la ricostruzione. I terremotati vanno a Roma per protestare: è il 2 marzo del 1968, il giorno dopo la battaglia di Valle Giulia tra studenti e polizia. Il Presidente del Consiglio è il democristiano Aldo Moro. Il sociologo Lorenzo Barbera, ricorda quel giorno quando studenti e terremotati si incontrarono davanti la sede del Parlamento a piazza Montecitorio a Roma: ‘Il primo marzo 1968 siamo partiti per Roma per arrivare al Parlamento. Quando eravamo li davanti al palazzo abbiamo sentito arrivare un coro enorme , infinito, una voce che diceva ‘Moro dai i soldi ai siciliani’. Erano gli studenti di architettura. Erano seimila si erano riuniti a Piazza Colonna’il 1 marzo c’era stata Valle Giulia e il due mattina gli studenti volevano dialogare con Moro e quindi la zona che separa le due piazze divenne un punto d’incontro tra i terremotati e gli studenti. E devo dire che poi abbiamo avuto la legge che volevamo: la legge per la ricostruzione e lo sviluppo della valle del Belice‘. Nel marzo del 1970 Danilo Dolci, poeta, sociologo, attivista della nonviolenza, per dare voce alle condizione disastrate degli abitanti del Belice, realizza la prima esperienza di radio libera in Italia, Radio Libera di Partinico, con una trasmissione clandestina per denunciare le condizioni di degrado in cui versavano le zone colpite dal terremoto. A due anni dal terremoto del ’68, denuncia il disimpegno dello Stato e gli sprechi di denaro pubblico nella ricostruzione. Ma questa radio riuscì a trasmettere per pochissimo tempo. Dopo soltanto 27 ore, viene chiusa con un’azione a sorpresa da parte di polizia e carabinieri che mettono fine alla prima radio libera italiana.

Un simbolo della ricostruzione incompiuta e’ rappresentato dalla Chiesa madre di Sambuca di Sicilia, devastata da quella scossa maledetta. Da allora la maestosa chiesa a tre navate edificata nel ‘700 in cima alla rocca del paese, sulle rovine del castello arabo fondato dall’emiro Zabuth, e’ rimasta chiusa.

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